Era il bicchiere preferito di mamma, e adesso è pieno di pipì. Ci immergo il test e, nell’attesa, leggo un articolo su “Internazionale” secondo il quale le famiglie dei liberi professionisti hanno una cosa in comune, e cioè che non possono permettersi più di un mantenuto. In un paese sano il problema non si pone (in Inghilterra ti mandano a lavorare a quattordici anni, se vuoi farti le vacanze), ma gli italiani, si sa, sono pigri.

Michele, mio fratello, ha lasciato casa a ventisette anni, in ritardo rispetto a quello che ci si aspettava da uno come lui. I primi mesi la sua stanza è rimasta intatta, spolverata sì, ma immutabile nella disposizione di mobili e oggetti. Poi mamma ha cominciato a rassettare: i libri in ordine alfabetico, la cancelleria nei cassetti, la seconda scrivania nel garage, ogni cosa al suo posto – e papà si è depresso. Non gli importava che Michele prendesse mille e due al mese, per di più nel suo campo: per lui non trovare lavoro in città è come non trovarlo affatto, e trasferirsi è già di per sé una sconfitta. E poi si sentiva tradito.
Se fosse rimasto qui Michele non avrebbe mai superato gli ottocento, è vero, ma a Roma ne sborsava cinquecento solo d’affitto, per cui i conti non tornavano, tant’è che ogni tot gli dovevano fare un bonifico. Ecco perché papà la buttava sul personale, si sentiva rinnegato, si chiedeva Ma come, preferisce fare la fame che stare con noi? Però papà butta tutto sul personale, anche il maltempo.

Io non lavoro nel mio campo, alla tipografia prendo la metà di Michele e vivo ancora coi miei. Ma tanto io nemmeno ce l’ho, un campo, al DAMS mica te lo spiegano quale dovrebbe essere, il tuo campo. E puoi essere anche un’esperta di Hildebrand, ma con le applicazioni pratiche della sua teoria dell’immagine lontana non ci paghi un affitto.
Stare dai miei, a ventisei anni, ha i suoi vantaggi: vestiti stirati, si mangia bene e posso investire tutte le mie entrate in MiniDV. Dei video che giro non me ne farò nulla, perché ho fatto la cazzata di ordinare su eBay una Canon XL1S Camcorder, 900 euro, per poi scoprire che è incompatibile con Windows; ho provato di tutto, anche l’adattatore moshi FireWire 800-400, ma niente. Poi ho visto Girls of Hope, un documentario sulla condizione femminile in Turchia, girato con una XL1S Camcorder: la resa fa schifo, sembra amatoriale, e i bianchi sono bruciati, quindi forse meglio così.

Il citofono suona con insistenza. Nello schermo c’è un signore stempiato, sulla sessantina. Mi chiede se papà è in casa, gli rispondo che tornerà a momenti, mi chiede di salire, gli dico di aspettare giù, dopo qualche minuto è in salone.

“Gran bell’appartamento”, dice sedendosi al centro del divano.
“Grazie”, rispondo, e sto per lasciarlo in salone, ma lui mi fa: “Manco un caffè?”
Chiedo scusa e vado in cucina. Mi soffermo un attimo davanti a una foto del ‘94 nella quale siamo una famiglia felice. Poi passo dal bagno, poggio il test sul lavandino, porto il bicchiere con la pipì in cucina e ci riempio la caldaia della moka: avvito il bricco e metto sul fuoco. Torno in bagno e controllo il test: la seconda linea non c’è, ma sono già a due settimane e io lunedì le analisi me le faccio comunque. Altre volte ho pensato Chi se ne frega, tanto io non ho un campo né un uomo ideale, perché la verità è che non mi piace nessuno, che mi affeziono agli uomini perché è inevitabile, perché ci si affeziona a tutto, anche a un criceto o a un taglio di capelli, ci si affeziona persino a una Canon XL1S Camcorder che non ti serve a un cazzo, ma che ti diverte portarla in giro, perché la gente ti chiede se sei della RAI, perché la XL1S è grossa, sembra professionale, anche a me m’ha fregato, altrimenti col cazzo che la compravo a 900 euro su eBay.
Ci si affeziona a tutto, perché non ci si dovrebbe affezionare agli uomini, anche se sono brutti o stupidi, se hanno l’alitosi o la calvizie, se sono dei falliti camuffati da illuminati anarchici? Come Carlo.
Voglio dire, l’affetto è sufficiente per andarci a letto, per farci un bambino no. E io un bambino da Carlo non lo voglio nemmeno se ho la certezza che dopo il parto Carlo muore, la sola idea mi fa schifo, non lo voglio un figlio con l’alitosi e la calvizie, che poi magari viene su un fallito camuffato da illuminato anarchico. Non la voglio questa responsabilità. Preferirei essere una di quelle ragazze in Turchia costrette a sposare i vecchi, che quantomeno non è colpa loro.

Porto il caffè al tizio. Lui sorride, mi lecca con gli occhi, credo che soffra di tiroide. Mi rendo conto che ho un bottone aperto di troppo. Ho l’istinto di chiuderlo, ma poi chi se ne frega, anzi, gli chiedo se vuole lo zucchero e mi chino per mescolare il caffè. Sento il suo sguardo sui capezzoli, e mi viene un brivido, un misto di piacere e nausea.
“Il babbo tra quanto arriva?”, mi chiede.
“Gliel’ho detto, sarà qui a momenti. Lei è un cliente?”
“Diciamo così”, risponde, e sorride.
Quindi si incupisce, aggrotta la fronte, e per un attimo è in un’altra dimensione.
“Tu vivi coi tuoi?”, mi fa.
“È una prerogativa della mia generazione.”
“Guarda che a Roma ci stanno un sacco di stanze a niente. Una ragazza della tua età, una bella ragazza, se mi permetti, una ragazza della tua età ha il diritto di avere una casa tutta sua, anche se è disoccupata. Altrimenti, non per farmi i cazzi tuoi, ma il fidanzato dove te lo porti? Non so se mi spiego.”
“Ce l’ho un lavoro. Il mio ragazzo ha un monolocale. Non ci vedo nulla di male a stare a casa propria.”
“No, e per carità, ce li avessimo tutti i figli così. Quello stronzo di mio figlio, un bravo ragazzo, per carità, quello studia ingegneria, c’ha una mente matematica, però è sempre stato ribelle, niente droghe, non mi è mai tornato ubriaco, per carità, però a diciott’anni mi ha detto «papà, o mi dai i soldi per una stanza in centro o me li procuro io». Hai capito? Un bravo ragazzo, non c’è che dire.”
“Già”, gli rispondo.
“Porcoddio!”, urla lui, poggiando la tazzina.
“Tutto bene?”
“Bello forte ‘sto caffè. Cristo! Buono, comunque.”
“Grazie. Questo dev’essere mio padre.”

Rispondo al citofono, lascio socchiusa la porta d’ingresso e vado a nascondermi oltre lo stipite del salone. Sento papà che entra e saluta: non si conoscono, papà sembra turbato, e anche il tono del tizio è cambiato.
“Come posso aiutarla?”, chiede papà.
“Eh, non è mica facile. Qui ci stanno succhiando il sangue, ci rubano il pane da sotto i denti! Le chiamano manovre, ma a me pare tutta una retromarcia. Lo sa quanto ricevo io di immondizia?”
“Guardi, senza offesa, ma sono fuori da stamattina”.
“E anche io. Cosa crede?”
“Mi dica come posso esserle utile, per favore.”
“A me mancano due mensilità. Che le devo dire, io ci devo pagare l’affitto di mio figlio, sono quasi mille euro, mica bruscolini, e comunque al netto dei condomini e delle bollette, quelli manco glieli chiedo, mica sono un cane. A me dispiace, però, voglio dire, veniamoci incontro.”
La ventiquattr’ore di papà atterra sul bukhara. Nelle questioni di soldi lui ha una sua etica: per lui i soldi non valgono niente, in sé, ma vanno comunque sudati e centellinati, perché sono il metro dell’idoneità sociale di un individuo, del suo spirito di sopravvivenza. Ma soprattutto, per lui i soldi sono il lessico di tutto il discorso affettivo.

Ricordo il giorno che Michele partì. Il motivo ufficiale era la necessità improrogabile di lavorare nel suo campo, a stretto contatto con gli operatori del settore, che sono concentrati nella Capitale. Con lui c’era questa lituana bellissima, fissata con la teoria delle stringhe, i chakra, Gurdjieff e via dicendo.
Mamma le sorrideva con insistenza, era ammaliata dai suoi occhi artici, ma pensava che fosse una puttana e aveva paura per il suo bambino. Quelle dell’Est, diceva, vengono qui per farsi mettere incinta. È troppo bella per Michele, diceva, è ovvio che vuole sfruttarlo. Papà rideva, diceva che c’era poco da sfruttare.
Secondo me non era cattiva, la lituana, anzi, c’era solo rimasta un po’ sotto, le piaceva essere trattata da principessa e farsi pagare le spesucce, ma roba piccola, niente di che, una cenetta, un vestitino. E infatti quando li abbiamo lasciati in aeroporto e papà ha chiesto a Michele se gli servivano soldi, lui ha detto di no e si sono incamminati.
Non appena hanno superato le porte scorrevoli papà, ancora seduto in macchina, ha cominciato a piangere, con quel suo pianto minuto, necessario; poi ha tirato fuori cento euro e mi ha detto di correre e io l’ho fatto, ho corso, ho raggiunto Michele, lui ha lasciato dietro la lituana per non farsi vedere, ha intascato, ha fatto un cenno triste ed è andato via. Quando sono tornata in macchina ho trovato papà che suonava la batteria sul volante ascoltando Stevie Ray Vaugh. È stata l’ultima volta che l’ho visto sereno.

Posso immaginare il tremore delle mani, oltre la porta del salone, mentre il tizio insiste ad argomentare la sua improvvisata. Da quando mamma se n’è andata l’autocontrollo di papà ha raggiunto le vette del nichilismo, lande aride e prive di contrassegni, come direbbe Hildebrand, paesaggi senza profondità, bidimensionali.
Però a tutto c’è un limite.
“La prego di andarsene”, lo sento dire.
“Questo non è molto educato.”
“Non sono responsabile delle cazzate di mio figlio. La prego di togliere il disturbo.”
“Guardi…”
“No, guardi lei, per favore. Si levi dai coglioni!”
Non gli avevo mai sentito usare la parola “coglioni”. Rimango nascosta. Sento il suo tonfo sull’altro divano, lo sento che comincia a singhiozzare.
“Sono cose terribili, lo so, mi creda – lo conforta il porco – Anch’io sono padre, che crede? Mi lancerei in un incendio per mio figlio, se uno gli torce un capello io non ci penso due volte a uscire il coltello. Un figlio è un figlio, come si dice. Io lo vedevo che Michele non stava bene. La stanza sempre piena di bottiglie. E la puzza di fumo, non ne parliamo. La mattina quando andavo a prendere l’affitto io ci stavo dieci minuti, che c’ho da fare, io faccio tre lavori, che crede che mi basta una casa in affitto con quello che pago di immondizia? E l’ICI? E il contratto di locazione? Lasciamo perdere. Io stavo lì dieci minuti e ‘sto ragazzo in dieci minuti si era fatto due caffettiere e quattro sigarette. Mica stava bene, si vedeva.”
“Mi dica l’ammontare.”
“Sono due mensilità. Michele ha lasciato casa a giugno, ma mica mi ha avvisato. Era irreperibile, e intanto i mesi passavano e io c’avevo solo una caparra. Io per tre mesi non ho potuto affittarla la stanza. Facciamo due mensilità, mi sembra ragionevole, che ci pago due mesi a mio figlio.”
“L’importo preciso, per favore.”

Lo strappo dell’assegno. I convenevoli seguiti dal silenzio. La porta che sbatte.
Entro nel salone. Chiedo spiegazioni a papà. Lui non risponde.
Sta pensando a Michele, ai casini che ha combinato, che poi, diciamoci la verità, lo sapevamo tutti che andava a finire così: solo i genitori possono illudersi sul destino di un figlio, ma una sorella no, a una sorella non puoi nasconderle certe cose.
Papà si rimette a piangere, niente di concitato, è lo stesso pianto che ha iniziato dopo la fuga di mamma, un pianto metodico, morbido, l’espulsione del marcio attraverso i condotti lacrimali, la traduzione urbana, silenziata, del rituale di una prefica, lo sconto di un debito. Ha sempre piangiucchiato, ma ormai lo fa regolarmente, lo fa quando ci corichiamo e quando si sveglia, per lassi di tempo ridotti, non supera mai il minuto.
Ecco, ha già smesso. Il suo pianto si è trasformato in furia.
Si alza, afferra il tagliacarte a forma di spada di Toledo, che da sempre affianca il  vassoietto di peltro sulla madia, ed esce di casa.
È armato, ha il passo spedito, vuole raggiungere il porco e vendicarsi.
Devo fare qualcosa.
Corro nella mia stanza, monto la batteria nella Camcorder, controllo che ci sia una MiniDV, accendo e premo rec, arrivo alla finestra che a momenti la sfondo scivolando sul bukhara di merda.
Mi incollo al vetro e lo appanno col fiatone, apro la finestra, mi metto a filmare.
Il porco è davanti alla sua macchina, la portiera aperta, con un pugno tiene saldo il polso di papà, che vorrebbe piantargli il tagliacarte in un occhio. Non sembra che faccia fatica, il porco, a domare anche l’altra mano di papà, che si agita pateticamente, si moltiplica, sembra che gli stia grattando il petto.
Il porco ha il viso contratto, la bava, si piega su mio padre, facendo pressione dall’alto, riesce a spingerlo a terra, a farlo inginocchiare. La lama del tagliacarte, tra loro due, è l’ago impazzito di una bussola.
È lì che succede.
Mi viene una voglia di cioccolato pazzesca, ho un brivido tra le gambe, e sento una pioggia di foglie sulla testa. Le mie cose.
Smetto di riprendere, la XL1S cade a terra, qualcosa si rompe, fuori e dentro.
Mi sento furiosa e libera, sfibrata eppure in salvo, senza più alcuna responsabilità sul futuro dell’ennesimo fallito camuffato da illuminato anarchico, che non sarò io a mettere al mondo.
Testo: Matteo Moscarda
Immagine: Luca Lenci

 

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