LETTURATORE presenta

la colonia orfana

“Ci sono persone indimenticabili
e nessuna cura.”
Charles Bukowski

Le api si allontanano e si avvicinano all’alveare, vanno via e tornano, insistono, sono nuotatori che spalancano le braccia, le allargano a farfalla, e spingono finché il bordo della piscina non gli arriva quasi addosso.
Non entrano e non escono, rimangono lì, sulla soglia, a difesa dell’arnia.
Anch’io sono lì, fuori, sulla soglia. Non tornavo più qui da quando è successo. Le erbacce, cresciute ormai a dismisura, hanno ricoperto tutto: il tavolo da ping-pong, l’altalena, le panchine di pietra, la sedia a dondolo. Se non fosse per la cancellata con le nostre iniziali incise sopra e l’alveare che s’intravede a malapena in fondo al vialetto, potrebbe essere la casa di chiunque.
Mi avvicino al cancello, lo spingo appena, cede, quasi fosse fatto di niente. Mi lascia passare, non oppone nessuna resistenza. Entro e per un attimo perdo ogni punto di riferimento.

edoardo rubatto 1

Poso la tanica di benzina a terra e la vedo scomparire in mezzo ai rovi. Scompare insieme alle mani, alle gambe, agli stivali di gomma, al viale che una volta tagliava il giardino a metà, una metà perfetta, senza sbavature.
Quel giardino di cui noi eravamo il cuore, il centro e che la notte del disastro ha ridotto a poco più che un nodo, un grumo.
Scompare insieme alle tacche che mia madre ha inciso sull’unico alveare rimasto per ricordarci quanto crescevamo, io e mia sorella, l’una che superava l’altra in una corsa ostinata, a testa bassa. Un segno che via via si fa più debole, incerto, quasi un graffio, dalla notte in cui mio padre ha imboccato le scale, il corridoio, la porta di casa e non è tornato più.

Nelle foto di allora mia madre non è mai lì, in quel momento, è sempre altrove, indietro, a prima del disastro. Ha portato il lutto per lui finché ha potuto, è uscita giusto lo stretto indispensabile, ci ha cresciuto qualcuno che solo a tratti era lei. Ci intravedeva appena, a intermittenza. Sembrava un reduce, di ritorno da qualche trincea o fronte, che ricorda a malapena quello che è successo. Per lei era come se non fossimo mai vissuti in questa casa, come se non ci fossimo mai vergognati di magliette e pantaloni che sapevano di me e mia sorella a furia di mangiarci, berci, di dormirci dentro, come se non ci avesse mai dimenticate in macchina, all’uscita di scuola o del supermercato, come se non avessimo mai chiesto soldi ad amici e conoscenti perché lei non riusciva nemmeno a scendere dal dondolo e ad arrivare al cancello.
Certi giorni s’incantava davanti a una finestra o a uno specchio, le risposte e i discorsi lasciati a metà, quasi si vedesse per la prima volta com’era diventata davvero dopo che mio padre ci aveva lasciato, la maglietta al contrario e di almeno una taglia in più, tanto era dimagrita, i capelli di un colore indefinito, né bianchi né neri, il colore dell’abbandono, i denti che non c’erano quasi più a furia di finire stecche intere di sigarette in una settimana, le unghie laccate sempre di fresco solo per lui, in caso tornasse all’improvviso senza insultarci o dirci addio, proprio come se ne era andato all’improvviso quella notte.
Era sempre altrove, da un’altra parte, era una mano che non riesci più a trattenere, che sfugge alla presa e scivola via.

edoardo rubatto 2

Le tacche sull’alveare svaniscono una dopo l’altra e restituiscono tutta la misura del disastro.
Poso la tanica a terra, prendo l’accendino, lo stringo finché non diventa così caldo da esplodermi quasi tra le dita. Spello i polpastrelli con la rotella di metallo, mi scotto con la fiamma, la scintilla, faccio quello che posso per non pensare che quelle api, una volta, erano un vanto, una medaglia da tenere ben stretta, sempre al collo, e che poi erano diventate solo una spina piantata a fondo e in fondo al cuore, ai muscoli. Erano tutto ciò che era rimasto di noi e di quel mondo perfetto dopo quella notte.
Cerco di non pensarci. Mi concentro solo sul brusio che viene da quell’alveare e che cresce, cresce , non si calma mai, perché in una colonia orfana sembra che le api non la smettano più di piangere la morte della regina. Non si rassegnano, ventilano, così si dice, sbattono le ali più forte che possono per richiamarla.
Anche la nostra Regina è morta nel pieno dell’estate, il 9 luglio e il 29, una morte in due tempi, al rallentatore, centellinata all’inverosimile. La sua prima morte è stata quasi un ripensamento, una falsa partenza: il cuore che si ferma qualche minuto appena, una decina al massimo, che però sono troppi, disfano i contorni delle cose, li confondono, fanno perdere la coordinazione al respiro e alle mani. Sono una raffica di mitragliatrice che rade al suolo tutto. Il cuore si ferma e poi ricomincia a battere, ma a vuoto e fuori tempo massimo, consegnandoci solo una copia sbiadita della Regina, il suo involucro – la testa partita, andata via: Kaput! E con la testa il senso e l’ordine delle date, lettere d’amore e anniversari, nomi e cognomi.

Avatar, Zombie, Frankenstein: ci sono una miriade di nomi per dare un nome a ciò che era rimasto di lei. Ci sono una miriade di nomi per dare un nome a ciò che era successo: stato vegetativo, morte cerebrale, coma irreversibile. Una miriade, da perdercisi dentro, eppure l’unica cosa che so, è che rianimazione è un nome che non significa più niente.
La sua seconda morte, invece, è stata lenta, un combattimento a mani nude, mia madre ha impiegato venti giorni a morire davvero. Le nostre non erano delle visite, erano una veglia.
Il 9 luglio e il 29 e in mezzo una sala d’attesa dal pavimento di linoleum color blu piscina con uno sciame di puntini neri dentro da contare e ricontare, una stanza che una vetrata frantuma in tante stanze diverse, tante piccole celle da cui vedere altri figli, mariti, altri amici stretti intorno a un letto uguale a quello in cui è stesa la Regina, quasi fosse la replica esatta della stessa, identica scena ma in un altro momento, all’inizio o alla fine della storia, a seconda della stanza che decidi di guardare. E poi un numero a cui rispondi solo perché il telefono non la smette più di squillare, qualcuno dall’altra parte della cornetta che dice: “Mi dispiace”, ma con il tono giusto, la giusta enfasi di chi è abituato a farlo e che in qualche modo ti conforta e ti assolve e delle scale, tante scale, scese d’un fiato e a precipizio, un treno, una metropolitana, una strada che porta all’ultimo padiglione, quello proprio in fondo, alla fine del viale, dell’ospedale, alla fine dei venti giorni passati a guardare e aspettare – vietato toccare, la Regina è infetta, chi tocca la Regina muore! Lavare le mani, tirare a lucido le unghie, raschiarle fino alla matrice.

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Abbasso le maniche della tuta protettiva di un giallo intenso che mi rende invisibile alle api, mi confonde al cielo, agli alberi – il colore dell’impostore – e mi torna in mente il sogno che non ho più smesso di fare da quando è successo: mia madre che all’improvviso ritorna come se niente fosse, quasi ci fosse stato un errore, uno scambio di persona. Si avvicina, mi abbraccia e ho solo voglia che vada via, che sparisca, proprio come avevo solo voglia che le sue ceneri smettessero di brillare su magliette, pantaloni e scarpe subito dopo aver svuotato l’urna ed essere tornate a casa. I vestiti al buio scintillavano, lasciavamo una scia ovunque, io e mia sorella, su divani, cuscini e coperte. Ce li siamo strappati di dosso, li abbiamo chiusi in un sacco e il sacco in un altro sacco.
Mia madre torna, mi abbraccia e io mi sveglio di colpo. Ogni volta penso che è solo una questione di tempo e pazienza, che prima o poi smetterò di sognarla, mi consolo pensando alle formiche che si caricano sulle spalle cose minuscole, dei granelli, ma che alla fine fanno piazza pulita di tutto, come il tempo che passa.

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Mi chino, a fatica recupero la tanica. Faccio pochi passi e affondo nei rovi fino alla vita. Mi aggrappo a quello che trovo per non andare alla deriva, inciampo, mi rialzo, inciampo ancora. Le radici si tendono, resistono, poi finalmente cedono, si strappano, sono funi, ormeggi che saltano. Raggiungo la staccionata, resa più scura e sfuggente dalle piogge di questi giorni, la afferro, è una boa.
Guardo le api, le isolo dal resto, mi ci costringo, le sfilo con la stessa cura con cui ho sfilato il nome di mia madre dalla targhetta della porta, la cassetta della posta, le bollette dell’acqua e della luce, subito dopo che è successo. Le isolo dallo sfondo, le guardo fino a quando il respiro non si calma e diventano soltanto una massa informe, ciò che resta di una scritta alla lavagna dopo aver tirato via il gesso con il cancellino. Le riduco a una scia, le rendo innocue. Solo così posso disfarmi delle api, dell’unico alveare rimasto. Solo così posso smettere di sognare mia madre ogni notte.
Mi appoggio alla staccionata e aspetto che faccia buio. Quando mi vedo a malapena le mani, mi avvicino all’arnia, svito il tappo della tanica, la sollevo e getto la benzina a fiotti sopra, sotto, intorno, non risparmio niente. Prendo l’accendino, lo avvicino e tutto prende fuoco in un attimo.
Faccio un passo indietro, resto a fissare le fiamme che vanno e vengono davanti a me, accartocciano il tetto di metallo, le scintille, che si perdono su, in alto. Resto a fissare le tacche sull’alveare che svaniscono, una dopo l’altra, divorate dal fuoco: nove anni, otto, sette, sei.

Cinque anni, Verona, corridoi che si perdono a vista d’occhio, così come i numeri delle stanze, un mangianastri portatile color arancio, Pollicino, Barbablù, Cinque in un baccello messi su fino a saperli a memoria, dall’inizio alla fine e viceversa, e poi bianco, tanto bianco, su pareti, camici e lenzuola. Bianco il bario da ingoiare, da ricacciare in gola d’un fiato perché il cuore non funziona, perde i battiti, il mio cuore li perde, li moltiplica e li divide, mischia il sangue arterioso a quello venoso, ho sempre freddo, le unghie e le labbra viola. Bianca la sacca della flebo che si sfila di netto e disfa i contorni delle cose, li confonde, fa perdere la coordinazione al respiro e alle mani e un colare a picco in tutto quel bianco, giù, quasi sul fondo, un colare lento, da voler solo stare lì e non uscire più. Invece c’è come uno strappo, qualcosa mi prende di peso e mi riporta su, a galla. C’è un ansimare che via via si fa più forte e diventa una supplica: “Conta le luci sul soffitto, Flavia, conta, non ti addormentare. Conta, Flavia, conta: uno, due…”.
Sollevo il mento, la fronte, la Regina è qui, accanto a me, mi tiene stretta, in braccio, mi stringe e mi porta via, fuori, lontano da lì.

Spalanco gli occhi di colpo e per la prima volta da quando è successo, ricordo tutto: l’ago della flebo che si sfila di colpo, mia madre che mi prende di peso e corre, corre, perché non la smetto più di perdere battiti del cuore a sangue. Soltanto adesso mi rendo conto che non si è mai dimenticata di noi, anche dopo la notte del disastro, che era sempre altrove, da un’altra parte, solo per proteggerci, perché ce l’avessimo con lei invece che con mio padre, per tenere il dolore e la mancanza a distanza di sicurezza da noi. Ricordo tutto e per la prima volta da quando è successo, non riesco a smettere di piangere.

Guardo l’alveare che ormai è una torcia, le api che cadono a terra a decine, è un’emorragia. Mi tolgo i guanti impregnati di benzina, sfilo la visiera, respiro fino a non respirare più, riempio i polmoni a scoppiare, a scucire tutti i punti di sutura che ho sul torace, poi mi butto sull’arnia. Urlo, ci sono dentro allo sciame e fa male, cerco di scacciare le api, di salvarne almeno una, ma mi rimbalzano contro, sono proiettili. Spengo le fiamme con le mani e a manciate di terra.
Mi fermo solo quando il brusio non riprende, è appena un battito.
A fatica mi alzo, raggiungo la porta di casa, entro. A tentoni, faccio a ritroso la strada che mio padre ha fatto quella notte: il corridoio, le scale, la stanza da letto. È come se lo prendessi e lo ricacciassi indietro, lo tenessi qui con me. Mi siedo sulle coperte ancora disfatte. Ho gambe e braccia annerite dal fumo, i vestiti al buio scintillano, proprio come scintillavano le ceneri di mia madre dopo aver svuotato l’urna. Guardo l’impronta scura che lascio sulle lenzuola e invece di togliermi tutto di dosso e infilarlo in un sacco, mi rannicchio nella scia. Mi ci rannicchio dentro.

Testo Flavia Ganzenua
Foto Edoardo Rubatto

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