Ogni giorno, svegliandosi, vestendosi, uscendo da casa, si aspettava di trovare un segno. Ma anche quella mattina il portone era pulito. Non riportava un coltello conficcato nel legno, né una croce dipinta con la vernice rossa, né un biglietto attaccato con lo scotch su cui una grafia elementare confermava il fatto che loro sapessero dove abitava. C’era qualcosa, in quella pulizia, che gli gelava la fronte e le mani – e alla fermata, e poi sull’autobus, mentre prendeva posto e la città s’impigliava sui finestrini, si chiedeva come mai non si fossero ancora fatti vivi. Forse, ed era una cosa che pensava da anni, lo seguivano a distanza, raccogliendo informazioni senza farsi vedere – e lui di solito, voltandosi di scatto, cercava sull’autobus, o tra la folla, quando camminava, quel segnale, degli occhi gelidi e sfuggenti.
Quando arrivava a lavoro, notava sempre se sulla sua scrivania una qualche imperfezione incrinava l’ordine con cui aveva lasciato le cose il giorno prima. Ma anche lì, non vi era traccia di un segreto scrutare, nessuno aveva rovistato nei suoi cassetti, e ancora più spaventato sbrigava le pratiche che gli spettavano. A volte, immalinconendosi davanti alla notte che colmava i vetri della finestra, si stupiva di quanto tempo gli avessero lasciato per sé, da riempire come credeva, secondo i suoi bisogni e i suoi interessi, anche se lui, sapendo che di punto in bianco tutto ciò che avrebbe costruito gli sarebbe stato levato, non si era sposato, né aveva messo su famiglia.

Aveva solo trovato un lavoro, e comprato quell’appartamento – e la notte, sentendosi più a suo agio, dormiva sul divano davanti al televisore acceso. Ma non teneva in conto le immagini, né dava credito alle catastrofi che i telegiornali sciorinavano senza sosta – guardava le notizie di un terremoto o di un attentato senza audio. In quel modo, nell’oscurità, appena bagnato dalla luce azzurrina del televisore, si concentrava meglio su tutti quei rumori. Sentiva quegli scricchiolii, i crepitii, i fruscii, dei brevi e spettrali scalpiccii che lo ridestavano se i suoi occhi si erano colpevolmente chiusi. Sapeva che allora, quando i vicini non potevano essere testimoni, loro si avveravano in adunata silenziosa davanti al suo portone – e immancabilmente, con passi leggeri, copriva il corridoio, tratteneva il respiro e guardava dallo spioncino. Non li aveva mai visti sul pianerottolo, né ricordava per quale motivo loro si fossero fatti vivi la prima volta, giurando che l’avrebbero trovato dovunque si fosse nascosto – ogni notte, attaccato allo spioncino, aveva solo coscienza del modo in cui gli si infreddolivano i piedi nudi sulle mattonelle, e per ovviare almeno a quel disagio tornava sul divano.
Dormiva poco, e male – e se un auto giù in strada bucava il silenzio, lui tentava con tutte le sue forze di visualizzare il viso di chi guidava, il palazzo sotto cui parcheggiava, l’appartamento dove si spogliava, il letto dove dormiva, un’altra vita apparecchiata senza particolari tremori e sorprese.
E una mattina, a causa dei ripetuti su e giù nel corridoio, destandosi più tardi del dovuto, e vestendosi in tutta fretta – credendo che questa volta un richiamo ufficiale a lavoro non gliel’avrebbe levato nessuno – prese il portone, lo richiuse. Stava per dare quei giri di chiave, lo vide.
C’era un coltello conficcato nel legno – e lui resto attonito, senza respiro, poi si commosse, sospirò. Aveva voglia di dire grazie, ma non c’era nessuno a cui dirlo. E per la prima volta dopo tutti quegli anni, filò a lavoro leggero, più leggero, sgravato da pensieri, sospetti, presentimenti. Erano arrivati, pensò. Finalmente. Ci sarebbe stato di che divertirsi.

 

Testo: Giuseppe Zucco
Immagini: Serena Schinaia

 

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