LETTURATORE presenta

Quando il corriere è arrivato lui era già in strada. Gli ha strappato il pacco dalle mani e ha fatto le scale tre alla volta. Con un coltello da cucina che tremava pericolosamente tra le mani ha sbudellato l’involucro strappando scotch e cartone, scartando montagne di plastica protettiva col timore irrazionale di non trovare quello che aveva ordinato. Il suo cuore ha mancato un battito, una parte di lui ha tentato di ribellarsi, ma Riccardo ne ha abbastanza dei ricordi.
Una semplice occhiata. Riccardo e Andrea si sono guardati e le faglie sensibili delle loro certezze hanno subito uno smottamento, tutto ha tremato per lasciare spazio a qualcosa di inedito partito da un semplicissimo stimolo visivo. Cinque anni due mesi e dodici giorni di momenti assieme.

La bancarella di dolci del Luna Park, le luci di tutti i colori, il baraccone della pesca, un portachiavi con la faccia di Topolino che Riccardo ha vinto e porge ad Andrea. Andrea che sorride. Il primo bacio seduti sul muretto del Lungotevere, qualche passante disinteressato fuori fuoco, lo sfumacchiare di una sigaretta non spenta buttata a terra. La sciarpa verde che Andrea si avvolge fin sulle orecchie, il cappellino blu che Riccardo gli cala fin sotto agli occhi, il sorriso che gli si dipinge sulle labbra. Un pupazzo di neve, palle di neve, un guanto perso tra le frasche, mani arrossate dal gelo che Andrea accoglie sotto le braccia. Il corpo nudo di Riccardo, addominali nascosti sotto un accenno di pancia, la peluria chiara del petto di Andrea, le sue labbra morbide, lentiggini sparse intorno al naso. Il segno delle loro natiche impresso sul vetro appannato della doccia. E poi le coperte coi mosaici greci comprate quel giorno al mercato, affollato di gente, mani che le sistemano con cura intorno al materasso. La macchia di salsa di soia nell’angolo della federa, quel modo sghembo di Andrea di tenere le bacchette, il suo armadio sempre perfettamente in ordine, l’espressione che fa quando sgrida Riccardo. E poi ancora, popcorn mangiati dallo stesso contenitore, i piedi di Pamela Travers che finalmente spiccano il volo sullo schermo del cinema, Andrea che si appisola sulla spalla di Riccardo sui sedili di un autobus, lo sguardo ostile di uno sconosciuto seduto davanti a loro. Le chiavi col pendaglio di Topolino nella serratura di casa. Due valige gialle lasciate in salotto per qualche giorno, rimesse nell’armadio, riempite di nuovo. Poi, ancora, il sole abbacinante di una strada costiera, rocce a picco, il mare che luccica sotto un cielo che si sta annuvolando, labbra che si sfiorano sullo sfondo di una spiaggia sassosa, un gabbiano appeso al cielo che pare fissarli con aria truce, nubi grigie, il buio della notte squarciato da un lampo attraverso i tergicristalli, le gocce di pioggia che si riflettono sul viso di Andrea mischiandosi alle lacrime, la sua espressione arrabbiata, le mani di Riccardo che cercano di trattenerlo a sé, il portachiavi rotto, il sorriso di Topolino che rotola sotto al divano, la porta di casa sbattuta. La pasticceria davanti a cui si sono detti addio sotto una luce a chiazze gialle.

Paola Moretti 1

Se potesse, Riccardo riprodurrebbe questa sequenza all’infinito sullo schermo del suo computer per appiattirlo al semplice susseguirsi di immagini, per limitarne la portata, per ridurlo a un neutro contenuto di pixel e impulsi nervosi.
Così Riccardo, stanco di subire quei ricordi, inforca la sua nuova fotocamera al collo ed esce. Si sente fragile. Vaga a lungo in cerca del giusto scorcio da cui ricominciare. Arrovellato nei suoi pensieri cammina senza sapere dove sta andando finché qualcosa non lo richiama alla realtà. Davanti a lui, la pasticceria del loro addio. Il cuore manca qualche battito e Riccardo prende un grosso respiro. Quello è il posto giusto da cui ricominciare. Attraversa la strada distrattamente, i clacson delle auto sono un suono ovattato. Dall’altra parte del marciapiede, si gira e impugna la macchina fotografica. Se guarda bene può vedere se stesso riflesso nella vetrina, sovraimpresso sul tripudio colorato di dolci esposti. Le macchine sono scie grigie, istantanee – CLAC. Riccardo inquadra un’assenza. I passanti, ignari, attraversano il vuoto una volta riempito da loro CLAC è proprio questo che vuole immortalare CLAC la capacità di quei corpi di attraversare uno spazio che, se loro esistessero ancora, non potrebbero attraversare CLAC perciò quel vuoto non esiste CLAAC loro non esistono più CLAAC non rimane traccia CLAAC e ciò di cui non resta traccia come può CLAAAC farci del male? Riccardo si sente come gradualmente liberato da un incantesimo CLAC scatta e a ogni scatto corrisponde un battito del cuore CLAC ossigeno CLAC sangue pompato nelle vene CLAC anidride carbonica espulsa in scampoli di respiri espirati CLAC   uno svuotamento.

Paola Moretti 2

Nei mesi seguenti Riccardo annulla se stesso dentro l’obiettivo, si fa puro sguardo. Le sue palpebre si appoggiano sulla camera, inquadrano ed eliminano ogni residuo di lui e Andrea dai luoghi che hanno vissuto. Il loro appartamento, il percorso delle loro passeggiate, il parco del centro, le corsie del supermercato all’ora di chiusura, la panchina davanti al cinema, le loro poltrone preferite in alto al centro, il balcone assediato dai rampicanti dell’appartamento che ogni estate affittavano al mare, la spiaggia deserta al tramonto. Vuoti e impersonali, i suoi scatti si limitano a riprodurre ciò che c’è e ciò che c’è non sono più loro. È una lunga lista che Riccardo spunta a ritroso, senza trascurare nulla, mano a mano l’elenco si accorcia e lui, che ormai concepisce se stesso solo attraverso i suoi occhi, non si accorge di quegli smottamenti interni che preparano il terremoto.

I segnali ci sono già tutti. Ha perso appetito, entusiasmo, quello che fa lo fa ormai come automatismo, qualcosa di necessario ma privo di piacere. Come una malattia, a partire dai ricordi di Andrea, l’indifferenza contagia tutto il resto durante il giorno, mentre la notte Riccardo si raggomitola su se stesso in cerca di conforto, si rigira in continuazione, farfuglia il suo nome e quello di Andrea come se cercasse di raggiungere entrambi da qualche posto molto distante.
Il Luna Park affoga persino il vociare della gente nelle sue luci. Con la macchina fotografica appesa al collo, Riccardo vaga lasciandosi trasportare dal flusso di persone. Sa dove vuole andare, ma il corpo non reagisce ai suoi comandi. Si lascia guidare esclusivamente da ciò che attira la sua attenzione. Lo sbrilluccichio della casa degli specchi, le luci stroboscopiche dell’autoscontro, le scie multicolore del calcinculo, Riccardo è un bambino col naso all’insù, segue il vorticare della giostra con gli occhi annegando in quel nulla di immagini in movimento.

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Poi d’un tratto le seggiole rallentano, tutto inizia a ricomporsi fino a fermarsi nella sua geometria statica. L’imponente cono meccanico, gli sfilacci delle corde che dondolano appena, le seggiole appese a mezz’aria. La gente si slaccia dall’imbragatura e scende, tastando l’equilibrio dei piedi piantati per terra prima di allontanarsi e disperdersi lentamente tra la folla. Per un istante Riccardo abbassa la guardia, si lascia scalfire dalla tristezza che permea quel momento, un momento qualunque che per qualcun altro forse avrebbe assunto altri significati, o forse nessuno, ma che a lui ricorda Andrea, nonostante Andrea nella scena non esista. L’aria porta con sé l’odore della bancarella dei dolci, quello stucchevole dello zucchero a velo, l’amaro delle nocciole tostate, quello acre di una sigaretta fumata e buttata a terra. Il grido dei ragazzini, il macchinista che attraverso il microfono incita i bambini ad afferrare la cordicella – la scimmietta che va su e giù – lo stantuffio meccanico degli ingranaggi.

Davanti a lui, ora, c’è la bancarella della pesca. Le cianfrusaglie di troppi colori pendono a grappoli, le paperelle galleggiano vacue. Riccardo afferra la macchina fotografica ma è troppo tardi, le immagini perdono consistenza, l’obiettivo gli sfugge di mano CRAAASH frammenti schizzano sull’asfalto cosparso di cicche e cartacce, le schegge di vetro dell’obiettivo rifrangono per un istante le luci del luna park, e Riccardo si accorge di aver paura non tanto del dolore, dei ricordi in sé, quanto piuttosto che possano sfuggire, sfibrarsi lentamente e andare perduti nel flusso continuo delle cose che accadono nell’arco di una vita. Che possano, un giorno, non appartenere più a loro due.

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In un istante il vuoto viscerale della mancanza, si trasforma nel tiepido languore della nostalgia, l’unica cosa in grado di rendere sopportabile anche il peggiore dei ricordi. Riccardo si aggrappa a quel calore con tutto se stesso, perché è vero che ci sono stati quei momenti fatti di forme e colori, ma poi c’è stato anche molto, molto altro.
La consistenza delle sue labbra, l’odore del suo respiro, il suono del suo respiro, quello della sua voce che gli dà il buongiorno la mattina o che stona una canzone di Dalla. Le carezze – soprattutto le carezze – ma non solo. Il suono dell’acqua che scroscia nella doccia e il sapore del suo bagnoschiuma che si fondono allo sfrigolare della cena sui fornelli, all’odore di aglio, il rumore delle posate, la televisione accesa, il fruscio confortante delle lenzuola, il calore del suo corpo sotto le lenzuola che basta tirar fin sopra la testa per escludere tutto il resto del mondo, gambe che si intrecciano, mani che si stringono, respiri faccia a faccia, occhi che annegano gli uni negli altri… il piacere viscerale di uno sfregamento, i sospiri prima dell’orgasmo, l’odore aspro del sudore, quello acre dello sperma. Non sentirsi soli, sentirsi protetti, sentire che insieme tutto è possibile.

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Testo Simone Ruocco
Fotografie Paola Moretti

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