
L’avvocato ha un grosso naso incurvato che tende al rossastro. Ha poche rughe in fronte ma parecchie attorno agli occhi. Veste sempre un abito gessato, tranne che in estate, periodo in cui se ne sta in canottiera. Lui si definisce un vecchio bastardo senza pregi. All’inizio lo odiavo. Lasciava il deambulatore in mezzo al bar, noncurante di ostruire il passaggio. Parlava di continuo, con la presunzione di dare insegnamenti su qualunque cosa. Poi ha iniziato a stuzzicarmi: al terzo giorno di fila che mi vedeva poggiato al bancone, ha deciso di prendersi confidenza.
“Io con il prosecco mi ci lavo il culo”, ha detto quando ne ho chiesto uno al barista.
Poi ha alzato il suo calice di rosso e, sorridendomi, ha detto: “Al culo!”.
Quando mi sono trasferito qui e ho visto che in zona c’era un bar, sono stato travolto da un turbine di ottimismo. Un nuovo inizio, a trentotto anni. Avevo bisogno di dimenticare; l’idea di ammazzarmi di lavoro in officina e concludere la giornata bevendo, mi riempiva di speranza. Potevo occupare la mia giornata per intero, stancando il corpo con il lavoro e distendendo i pensieri con l’alcol.
Il barista mi sembrava ottimo: un ragazzo timido e sulle sue, che si limitava a servire; esile, con baffi appena accennati, giovanili. Il locale, piuttosto anonimo, aveva una carta da parati giallognola e un bancone in marmo retrò, marrone e pesante. Quattro tavolini in totale, due dentro, due fuori. Mai più di due clienti. Era tutto ideale, non conoscevo nessuno.
I primi tempi, però, faticavo ad addormentarmi. Tenevo un libro sul comodino solo per conciliare il sonno. Leggevo la stessa frase ogni sera e mi sorprendevo a essere immerso in tutt’altri pensieri. Delle volte mi alzavo dal letto e me ne stavo seduto in cucina, con le braccia poggiate sul tavolo, a ricordare, sforzandomi di piangere, nella speranza che lo sfogo mi portasse a dormire. Di solito funzionava.
Nulla mi ha aiutato quanto legare con l’avvocato. Stavamo un’oretta insieme, due quando era di buon umore. Poneva il suo punto di vista sfogliando i vari giornali che si portava dietro: “Ma che boiata”, diceva quando leggeva di qualsiasi nuova invenzione; oppure, rivolgendosi alla squadra che tifava quando perdeva: “Non vi hanno mai allattato, stronzi”.
Aveva un effetto benefico su di me, a tal punto che, in modo del tutto naturale, ero tornato a dormire con regolarità.
Ogni giorno, finito l’orario in officina, salivo in macchina entusiasta di andare al bar. Tornavo a casa per cena e, senza rendermene conto, il sonno mi prendeva con fermezza, in un gradevole assopimento.
Stavo ingrassando e non mi dispiaceva. Mi specchiavo al mattino reggendomi la pancia, che si allargava. Le braccia si ingrossavano, i jeans si stringevano. Un giorno ho rimosso i pochi capelli che avevo e ho tirato via la barba. Ho apprezzato subito la rotondità del mio volto: liscio e pulito, nuovo. A detta dell’avvocato, ero rovinato per sempre.
Credo che l’inizio della nostra amicizia risalga alla prima volta che abbiamo riso insieme. In modo graduale, giorno dopo giorno, aveva preso a parlarmi sempre più, ma io ancora mi limitavo ad ascoltarlo e ad annuire.
“Senti questa – mi ha detto appena sono arrivato al bar – una volta sono stato mollato da una donna perché le ho offeso il cane”.
“Cioè?”, mi sono messo comodo.
“Dopo la morte del padre si era fissata che lei e la madre avessero bisogno di gestire la paura di stare sole… naturale, in un quartiere come quello… allora si è comprata un labrador, nemmeno troppo cucciolo, già abbastanza cresciutello… sarà stato un quaranta chili di animale… io l’ho capito subito che era un cane coglione, ma non le ho detto nulla perché lei mi piaceva molto.”
Ha fatto una pausa per tracannarsi il calice di rosso.
“Insomma, si porta questo cane in casa. Una sera erano in salotto. Stavano guardando un programma musicale, insieme al cane… quando si è fatto tardi sono andate a letto, ma si sono rese conto delle finestre forzate e dei cassetti capovolti… ti immagini? Madre, figlia e cane in fila sul divano, davanti alla tv, e intanto in camera da letto i ladri facevano festa.”
Ho iniziato a sorridere, ma mi ha fatto cenno che non aveva ancora finito: “Allora le ho detto gran cane hai preso, e lei mi ha risposto, indignata, che non aveva senso infierire, che la mia era solo cattiveria, che ero insensibile e quindi inaffidabile, e che da quel momento in poi non voleva più rivedermi… ti rendi conto? Più cogliona lei o il cane?”.
“La madre”, ho risposto.
L’avvocato non si aspettava una risposta, e ne è scaturita una risata lunga e affannata, come un motoscafo che si accende a fatica. Abbiamo preso a parlare del più e del meno, mantenendo sempre una filosofia di leggerezza ironica su tutti i temi toccati.
Mi ha detto che si era trasferito lì da poco pure lui; aveva comprato una casa davanti alla piazzetta in cui c’è il supermercato, facendola ristrutturare da cima a fondo, secondo i suoi gusti più sfrenati, senza però specificare quando gli ho chiesto dettagli.
Una volta è sembrato che fossi sul punto di essere invitato a salire da lui. Era un sabato e stavo facendo spese e commissioni varie. Lui era al suo tavolino, in canottiera. Una sottile catenella d’oro al collo. Guidavo e ho inchiodato davanti a lui. Il barista era fuori, che lavava il vetro, sudatissimo e in piedi su una sedia.
“Avvocato, come va oggi?”
“Una festa, guarda qua”, ha indicato il barista.
“Stai ancora molto?”
“No… fa troppo caldo… tra poco vado a casa… ho comprato una vasca di gelato buonissimo.”
Credo che se gli avessi chiesto di farmi assaggiare il gelato, avrei visto casa sua. Ma mi è mancato il coraggio. Forse pure a lui.

Per più di due anni il bar è stato il nostro cosmo. Qualche volta, quando ero più energico del solito, passavo prima a casa per cambiarmi e presentarmi con un abito gessato identico al suo. Per semplice goliardia. L’avevo acquistato apposta. Quando mi vedeva così, si elettrizzava. Il suo umorismo perdeva i pochi filtri che aveva di solito. In quelle occasioni il barista manifestava senza timidezza la considerazione che aveva di noi, per cui intuisco abbia provato sincero piacere quando ci ha detto che avrebbe venduto il bar.
Ce l’ha detto una sera, quando stava per chiudere e noi ce ne stavamo per andare. Siamo rimasti in silenzio. Poi ha aggiunto: “La settimana prossima chiudo, poi smantellano e ci fanno un negozio”.
“Ma che cazzo dici, stronzo, sei l’unico bar in zona… obblighi le persone a prendere l’autobus per un caffè o, non so, un Martini… sei l’unico bar, stronzo, hai una responsabilità”, lo ha attaccato l’avvocato.
“Cosa vuoi da me? Devo pensare al mio futuro.”
L’avvocato si è sfilato la dentiera e l’ha poggiata sul bancone.
“Vieni fuori… cane! Vieni fuori!”, urlava, e la saliva gli grondava dalle labbra a fiumi.
Il barista aveva lavato a terra poco prima, quindi gli animi si sono accesi parecchio. Stavo facendo fatica a calmarli. Mi sono imposto di prendere di peso l’avvocato, caricandomelo in spalla e uscendo. È stata la prima volta che ci siamo toccati. Aveva un odore di sapone misto a legno. Gli ho gridato di darsi una regolata e l’ho messo a sedere. Il mio urlo lo ha spaventato e mi è sembrato disarmato e impotente. Un bambino.
“In casa c’è da spararsi”, ha detto.
“Ora vediamo come fare. Un altro posto lo troviamo”, ho provato a consolarlo.
Ero un po’ imbarazzato. Stava per mettersi a piangere.
Sarà almeno un mese che il bar è un incessante andirivieni di muratori. Noi siamo alla piazzetta di fronte al supermercato, sotto casa dell’avvocato. Mi sono precipitato qui dopo il turno e gli ho citofonato. È sceso quasi mezz’ora dopo. Non fa ancora troppo freddo e si riesce a stare all’aperto, ma negli ultimi giorni ha piovuto, quindi non ci siamo visti.
Il giorno del mio quarantesimo compleanno ho ricevuto il primo richiamo al lavoro per aver fatto un errore di distrazione. La cosa in sé non mi preoccupa, ma vorrei la certezza che ho tutto sotto controllo, che non sta succedendo nulla, che non mi ammalerò, che non mi accadrà nulla di triste, che filerà tutto liscio, che le bollette non aumenteranno, che va bene se sono grasso e senza capelli.
Siamo seduti su una panchina con due bottiglie di vino. Vediamo arrivare due bici: un giovane padre con il figlio piccolo. Hanno un pallone e prendono a giocarci. Il padre spiega al figlio come calciare il pallone per dargli l’effetto. Il bambino tenta un paio di volte, ma non riesce. Colpisce sempre con la punta del piede, mandando il pallone dritto. Il padre si complimenta, ma è evidente anche al bambino che non sta facendo progressi; se ne sta imbronciato e sbuffa.
Noi li guardiamo tutto il tempo, senza dire una parola. Per il momento va così.
Testo Alfons Muzhani
Illustrazione Alessandro Pietramolla