
Quello che per me è intuizione per Raùl è sconsideratezza, e quella che per lui è prudenza per me è solo idiozia. Questa è l’asimmetria su cui si gioca da sempre il nostro rapporto, un rapporto di subalternità ingannevole, un rapporto in cui lui pensa che sia io la debole, e io glielo lascio credere.
Fare la parte della sprovveduta – e poi della colpevole – ha i suoi buoni vantaggi, fingi di essere nella gabbia e invece stai predando. Allunghi il tuo lungo collo, ti fai agganciare un bel guinzaglio, ed ecco fatto. Ogni legame è fatto di corde, non di rampe, e di trascinamento, anche verticale. Credi di essere tu il trascinato e invece stai trascinando, è complicato buttare ’olio sui nodi di questo scioglilingua.
In questa faccenda che è il nostro legame, e la nostra intera vita, lui si è occupato delle conseguenze e io delle decisioni. Questo gli ha permesso di mettere bocca su tutte le mie scelte, ripetendomi le uniche frasi che descrivono i suoi tratti meglio dei suoi tratti: Cosa cazzo ti avevo detto?, Perché non ascolti mai tuo fratello?, Cosa minchia ti frulla in quella testa bacata?, e una serie di altre cose di questo calibro e intonazione che hanno lavorato sulla mia autostima non meno che sulla mia volontà, la volontà di fare il contrario.
Ebbene, questa volta non gli ho detto niente, l’ho avvisato quando era troppo tardi. Questa storia riguarda solo me. Ci sono ancora cose che riguardano solo me. E se la sconsiderata, l’imprudente della città accanto, ha un solo talento – e ce l’ha – allora non può fare a meno di usarlo. Nata in una famiglia come tante, Iride, che oltre ad essere il mio nome è il nome dello spillo in un occhio, vive da accecata e da accecata parte un giorno per andare a recuperare il suo cuscino.
Avevamo un piccolo mondo, perché nessuno ci ha insegnato a parlare come si deve. Poi il nostro mondo si è allargato, si è espanso ma è rimasto interrotto, ecco perché scrivo lunghi elenchi, perché penso con una lama in mano. Per lui sono quella che parte, che decide, che scapestra, che scapoccia, che s’inalbera, che s’incendia, che si adira e che di ira si acceca e poi perisce. Qui c’è un altro equivoco, non conosco la rabbia, non sono quel tipo di nonvedente.
Devo recuperare il mio cuscino prima di far crollare il ponte di ferro e forse, a questo punto, imparare a calcolare il moto dell’acqua, prima di dire: Raùl posso finalmente fermarmi per un po’, posso smetterla di avere colpi di testa, posso, a questo punto, occuparmi dell’affitto delle case, come fai tu, magari pulire e recuperare i soldi che diamo a Polina, 8 euro l’ora, per 3 ore, per 3 proprietà, che hanno un ricambio ogni tre giorni. Sono all’incirca 400 euro al mese. Posso, Raùl, smetterla di andare a rovistare nel buco da cui siamo emersi come colonie di parassiti, abbiamo strisciato e ci siamo trascinati con il nido in bocca. Tu i rami e io la tecnica: l’abbiamo assemblato. Sono io il parassita della nostra terra, perché tu andresti verso l’alto e io sono accecata dall’oscura spirale, e se guardo in alto vedo i grovigli di rami secchi, vedo le nostre reti neurali interrotte. Ti sembra che stia puntando in cima, ma sono a testa in giù come i pipistrelli. Questo faccio per portarti la vita: cammino nella notte. Ma non voglio fare male a nessuno, men che meno a te, mio fiore, mio Raùl. Quello che porto nella nostra casa ti ha nutrito, anche se avresti preferito di no, quello che ho deciso è stato spesso un errore, ma ci ha istruiti nei nostri ruoli di famiglia a due. Hai imparato a essere responsabile e a mettere il pane a tavola, cosa che io non ho mai saputo fare, e per un piccolo mondo il pane potrebbe bastare. A un’accecata come me, che ha sempre fame, non è mai successo che non ci vedesse più dalla fame. Hai imparato a essere il nodo di questa corda, e io il suo tirare. Hai imparato l’arte della tensione, e io come si interrompe.

Eravamo al cuscino. Eccoci. Sto andando, sono a piedi e ti sto chiamando solo dopo aver rifiutato le tue 61 telefonate perché stamattina, dopo che hai consegnato le chiavi agli ospiti russi, grassi e bianchi, non mi hai trovata e sei impazzito. Avrai fatto come fai, avrai lanciato qualcosa contro la parete, dato un pugno alla porta, l’avrai spaccata e l’avrai lasciata così, o forse avrai staccato la parte penzolante. Dobbiamo ricordarci di riparare anche quelle del bagno e della nostra stanza da letto, Raùl. Non dobbiamo dimenticarcelo. Ti sarai messo a piangere nell’angolo prima della vasca, dopo il bidet, tra il cesso e la finestra. Rannicchiato come un ranocchio, ti sarai messo il tuo pigiamino con i dinosauri e sarai salito a Pescasseroli, dove si sente l’aria di montagna. Adesso siamo grandi e possiamo salirci senza scala, mettere i piedi sul materasso di sotto e andare in alto. Dormire come facciamo, tenendoci la mano. Si sente il fresco? Si sente, Iride. E che si vede? Si vede la cima e la neve.
Sto andando nella loro casa, anche se non vuoi, e devo dirti che sto andando a comprarti delle scarpe nuove di pacca, ma ci vorrà un po’, ci vorranno un paio di giorni, e tu piangi e io ti passo questi vermicelli con il nido in bocca.
Sto camminando accecata, vedo persone diverse da noi, vedo bambini in abiti da lavoro e adulti con il ciuccio in bocca. Vedo quello che non dovrei vedere. Solo io, tra i due, ho il passo dello spettro, ed è per questo che sto andando. Dai tuoi piedi, dalle falangi cicciottelle, dalla pianta larga, dal neo nero sul terzo dito, sono aggrovigliate le radici. È tuo l’albero. E se la sconsiderata, l’incosciente della città accanto ha un solo talento – e ce l’ha – deve usarlo.
Sto aprendo la porta e i notai si passano le carte per il rogito. Tra poco di questa casa non resterà niente. Chi firma? Ci hanno scippato la penna dalle mani. Entro senza chiedere il permesso, stanno parlottando, bofonchiando, stanno provvedendo al loro profitto, sto andando in cantina, sto scendendo. Il battente della cantina è chiuso a doppia mandata, ci sono le scope e i piumoni, c’è la tua mountain bike, la seconda, perché la prima l’hanno rubata la notte dei tuoi dieci anni, l’abbiamo ricomprata distruggendo i nostri maiali, anche il mio, che riempivo solo per te. In questa cantina sordida e sporca, in questa cantina infante, cerco il cuscino, sotto la culla, nella morsa, sotto la coltre che è una coperta di lana, era gialla e adesso è grigia con i buchi dei topi, con i loro escrementi. La sposto, lo cerco, è di lana di pecora, svuotato nelle estremità, per una testa sola. Ci sono ancora cose che riguardano solo me. Mi richiami, perché non credi alla storia delle scarpe nuove di pacca, ti do ancora un po’ di vermicelli, ma non bastano. Sento un colpo e un tonfo.
“Perché – chiedi – perché non ascolti mai tuo fratello? Cosa minchia ti frulla in quella testa bacata?”. Dico che torno, che ci metto poco. Apri la bocca, su, tira indietro la testa Raùl, fai il bravo, mettiti buono. Adesso sei tu a incamminarti, non conosci la strada e vaneggi. Il dolore si è preso tutto l’istinto. Non credi più a ciò che senti, credi solo alle mie parole. Ti fai imbambolare da questo piccolo mondo, che ti confonde e ti rimbambisce.
Non posso dirtelo, ma dovrei dire vai a cercare la tua cantina, Raùl. Tu pensi sia la stessa, ma ti assicuro che non lo è. Ciascuno ha la propria cantina, e chi non la trova se la deve cercare. Ognuno ha un proprio posto su cui poggiare la testa.
L’accecata che detesti, quella che ti ha lasciato stamattina e ti ha teso un’imboscata, la temi, hai paura di lei, di quello che vede – e che non vede – e anch’io. Hai paura che lì ci siano passaggi segreti mai visti, che dalla stanza in cui facciamo il vino, in cui ci sono le grandi ampolle verdi, tutti i nostri sci, i giocattoli, si apra una piccola angusta scaletta che porta su un prato nero.
Ne hai paura solo perché te lo racconto, e quando te lo racconto te lo mostro, quando te lo mostro nasce, quando nasce è reale, e se è reale fa paura.

Non posso trovare il mio cuscino se non ti faccio entrare nella cantina, Raùl. Quindi ti devo chiamare e ti devo dire di raggiungermi. È anche possibile che lo sappia solo tu dove è. Questo spiegherebbe la mia natura di ostaggio. Potrebbe anche essere che l’hai nascosto e che questa sia l’unica vera cosa a cui tieni, perché è l’unica vera cosa a cui sarei giunta un giorno. Ma questo farebbe di te un tagliato fratello calcolatore, il burattinaio che non sei.
Anche se non sai dove è, devi esserci. Devi guardarmi, non sopporterei di farlo da sola, liberarmi di nascosto come una ladra di questo nostro nido che ci pende dalle labbra. Dormire in una stanza che non è più la nostra. Ti dico vieni e tu vieni con dieci, quindici, vent’anni in meno. Quindi sei magro, hai la voce prepuberale, hai paura, ma meno di quanta tu ne abbia fuori da questa cantina. Quindi sei disposto, se la colpa è tua, a darmelo indietro.
“Sto cercando il mio cuscino”, ti dico.
E tu rispondi: “Quale cuscino?”
“L’unico cuscino che ho mai avuto.”
“Non hai mai dormito con un cuscino. Tu dormi senza. Il mio cuscino con la lana di pecora.”
Allora ti fisso, aspetto che i tuoi occhi finiscano sulle mie scarpe, aspetto che tu faccia il ghigno del colpevole e che dalla schiena lo faccia spuntare.
“Dammelo – ti dico – mentre allungo il braccio”.
E tu lo tiri fuori come un mago, lo avvicini a me e poi te lo riprendi indietro, lo fai un po’ di volte perché sai ancora giocare con me. Mi incammino fuori di casa col capezzale sotto al braccio, la gente mi guarda chiedendosi dove ho passato la notte.
Sto tornando. Prendo un ciuffo di viole che mi pizzicano il naso. Ho fame.
Testo Giulia Della Cioppa
Illustrazioni Bernardo Anichini