
I primi tempi lui le portava la colazione a letto: caffè nero e cornetto integrale. Non era forse la colazione dei suoi sogni, ma era pur sempre una colazione. Perché proprio il cornetto integrale? Lo ignorava, ma sospettava fosse l’unico superstite tra i prodotti da forno in vendita al bar sotto casa al momento del loro risveglio, in genere più vicino all’ora di pranzo che all’alba.
Ad ogni modo lei fingeva un garbato entusiasmo, principalmente perché non voleva scoraggiare quello che, all’interno del loro quotidiano – e della loro storia, a ben vedere – si distingueva come un solitario gesto di gentilezza. Lui sembrava credersi l’ultimo dei galantuomini, mentre lei considerava il suo orgoglio perfino tenero; quella piccola premura aiutava entrambi ad affrontare con più serenità il pomeriggio.
La colazione a letto era durata poco. Lei, col passare del tempo, aveva cominciato a svegliarsi sempre più tardi, uno stratagemma che le serviva a rendere più breve e sopportabile la giornata. Quando si alzava lo trovava sempre in cucina; i gomiti appoggiati al tavolino, la vestaglia pesante e scura che non vedeva una lavatrice da settimane, qualcosa tra le mani ad assorbire tutta la sua attenzione: un volantino, una fattura, il flaconcino di sciroppo d’agave. La salutava con una fievole energia, senza alzare lo sguardo, mentre lei si apprestava a preparare il primo dei tanti caffè della giornata. Non avrebbe saputo dire se lui l’attendesse per il piacere di fare colazione assieme, o perché troppo pigro per avvitare una moka e accendere un fornello.
Nel ripetersi degli stessi gesti, sempre identici – così come erano identici i giorni che questi gesti andavano a riempire – si era instaurata tra loro una forma di grezza comunicazione.
Quando lei gli allungava la tazzina con il caffè nero, lui alzava per la prima volta lo sguardo su di lei e, silenziosamente, pareva riconoscerla. Allora lei, addolcita, gli macchiava il caffè con un po’ di panna e poi si metteva a sedere al tavolino di fronte a lui, esaminando la posta o sfogliando il catalogo di un supermercato dal quale avrebbe ritagliato le offerte più interessanti. In qualche modo, arrivava sempre sera.
Quando uscivano a cena la cura che lei metteva nel farsi bella – e la mediocrità del risultato – lo irritavano oltremodo.
Quella sera lei si era messa un nastro tra i capelli e aveva indossato un abito leggero a balze, di quelli che, addosso a una dodicenne, lui avrebbe forse potuto definire sbarazzino, ma che su di lei risultava nel contempo goffo e grottesco.
Quando era uscita dal bagno, lui aveva notato immediatamente lo scarto cromatico tra il rossetto e la matita del contorno labbra, e aveva capito che l’imbarazzo che sentiva montargli nel petto non avrebbe fatto che peggiorare una volta scesi in strada.
La pizzeria, Da Maurizio, distava poche centinaia di metri dal loro appartamento, ed erano soliti percorrerli in completo silenzio. Se per lei quel silenzio era tutto sommato piacevole (cenare fuori la metteva sempre di buon umore) per lui era invece carico di disagio; ogni volta che incontravano un uomo, o peggio ancora una bella donna, non poteva fare a meno di chiedersi: che penserà di me? Un uomo senza ambizioni, un uomo come tanti.
Da Maurizio andavano sempre il giovedì: era il giorno in cui tutte le pizze costavano 12 franchi. Lui non riusciva a capacitarsi che lei scegliesse sempre la margherita – che costava 12 franchi anche il resto della settimana – e ogni volta provava a insistere perché si lanciasse, provasse qualcos’altro, sperimentasse un po’, per Dio!
Lei, per farlo felice, scorreva con attenzione tutta la carta delle pizze, dalla marinara alla mortadella e pistacchio, ma poi sceglieva sempre la stessa.
“Per lei la solita margherita”, ordinava allora lui, con quel solita a voler rimarcare l’incapacità di lei di scegliere, di provare cose nuove, di allungare una volta tanto il collo e gettare un’occhiata oltre i limiti del conosciuto, dello stranoto, dello stratrito e ritrito.
(Una volta, con una calma tale da portare lui a fraintenderne il tono e a non coglierne la sottile cattiveria, lei gli aveva detto “dovresti solo provare gratitudine per la mia capacità di accontentarmi”).
I camerieri che lavoravano da Maurizio erano sempre molto giovani, spesso inesperti – perlopiù studenti – e cambiavano a cadenza quasi mensile.
Quella sera a servirli c’era un ragazzo mai visto prima, dai tratti mediorientali e dall’ampio sorriso, che, a differenza di quanto accadeva di solito, al momento di prendere l’ordinazione si era rivolto a lei.
Toccata da questo piccolo scarto in un copione che si ripeteva sempre uguale, lei gli aveva chiesto “che cosa mi consiglia?” (facendo alzare gli occhi al cielo a lui, che più tardi avrebbe commentato “chi mai ha bisogno di un consiglio in pizzeria?”).
Il cameriere, però, una risposta ce l’aveva: quella sera in cucina avevano dei porcini appena raccolti; al posto suo avrebbe sicuramente scelto una mari e monti. Lei non si sentiva pronta a osare tanto, ma nemmeno voleva ignorare un consiglio dato con tanta gentilezza, così aveva chiesto un’aggiunta di funghi alla sua solita margherita.
La cena era proseguita tranquilla: lei si sentiva insolitamente allegra, e di conseguenza più loquace, e lui pareva starla ad ascoltare. Certo, l’ascoltava con la solita degnazione e senza quasi rispondere, esprimendosi solo attraverso leggeri cenni del capo, ma almeno quella sera non era rimasto incollato al cellulare, come qualche volta capitava quando lei non trovava spunti di conversazione. Il suo silenzio le sembrava diverso dal solito, e sentiva che nel fondo dei suoi pensieri – da qualche parte, affogata sotto la consueta sequenza di birre – ci fosse anche lei.
A fine pasto il cameriere aveva portato due limoncelli, la seconda – e graditissima – novità della serata.
Notando il suo stupore, il ragazzo le aveva detto “offre la casa”, aggiungendo un rapido occhiolino che lei aveva trovato al tempo stesso innocente e spudorato.
Per un attimo aveva invidiato quella sua giovinezza, l’allegria che riusciva a trasmettere con così poco sforzo, il fatto che non sembrasse in alcun modo turbato dalla manifesta ostilità di lui (che quella sera, col personale, si era mostrato più scontroso del solito). Che strano, pensava: nella vita di queste persone il suo malumore non ha nessun peso, è qualcosa che sfiorano senza esserne toccati, che forse nemmeno registrano, e non invece la ragione di mille tribolazioni.
Esaurita quella breve riflessione, lei aveva alzato gli occhi e il bicchierino con il liquore verso di lui; ma, accorgendosi che lui aveva già bevuto e archiviato il digestivo, si era messa a ridere, mentre lui le ripeteva “e adesso che c’è?”.
Lui aveva chiesto il conto e poi pagato – come capitava la metà delle volte – con la carta di credito di lei; entrambi trovavano poco elegante che fosse la donna a saldare il conto. Mentre indossavano le giacche, lei aveva lasciato furtivamente qualche franco sulla tovaglia, come mancia. Il cameriere si era avvicinato al tavolo per sparecchiare e, notate le monetine, l’aveva ringraziata con calore.
“Non credere – le aveva detto lui mentre lasciavano il ristorante – fanno i brillanti con tutte, e quando sono fortunati una polla come te abbocca all’amo e lascia la mancia”.
Lei pensò che, da quando lo conosceva, non l’aveva mai visto lasciare una mancia: doveva considerarla una concessione suprema. Per lei, invece, era solo un modo per ringraziare una persona gentile che era riuscito a rendere più leggera e semplice una serata. Gliel’aveva detto.
“Contenta te!”, aveva risposto lui. E fino a casa non c’erano state altre parole.

L’aria era incredibilmente calda, nonostante si fossero attardati più del solito. In strada passavano poche auto, c’era un gran silenzio, e per tutto il tragitto lei aveva ascoltato il rumore dei loro passi sull’asfalto, e infine sul vialetto.
Mentre lui si attardava sull’uscio alla ricerca della chiavi, lei era stata colta dal desiderio improvviso di dargli un bacio sulla guancia.
Lui le aveva detto “Ma che ti prende?”, ma intanto gli era sfuggito un sorriso rapido.
Possibile fosse un po’ geloso?
Che serata piacevole, aveva pensato lei mentre si preparava per andare a dormire. Talvolta sembrava quasi di vivere dentro un recinto, perimetrato da abitudini prese quasi inconsapevolmente, dalle consuetudini dei gesti. Ma a ben guardare non era così: non esistevano due giorni identici, un po’ come per la storia dei fiocchi di neve. Certo, ce n’erano di molto simili tra loro, di quelli che si dimenticano non appena si appoggia la testa sul cuscino, ma di tanto in tanto uno brillava più degli altri, un giorno così chiaro da illuminare anche quelli successivi.
E che buoni, quei funghi. Perché aveva atteso la fine della stagione per mangiarli? Chissà se ne avrebbe trovati ancora la settimana successiva, chissà se quel cameriere gentile sarebbe stato ancora di turno. Non era davvero così importante, ma sentiva che sarebbe stato bello avere qualcosa da aspettare nei giorni a venire.
Testo Samuela Lepori
Illustrazioni Giulia Matilde Cielo