
Sulla coscia si va su una bellezza.
La pelle ha perso elasticità e tono, il pelo è cresciuto abbastanza da diventare un appiglio, se le gambe mi mollano. Il bagno di Treòns me lo ricordo appena. Ti sedevi sul water quando dovevo lavarmi i denti, non un secondo prima non uno dopo, entravi senza scuse. Guardavi in basso, ti lagnavi delle cosce che invecchiavano secche e molli come gli emoli sugli alberi, di quant’era brutto esser vecchi. Era brutto, allora, Viviana?
Sulle tue cosce adesso calco la suola che è un piacere, uno dei pochi sentieri dove il terreno non affonda. Ogni passo sopra di te smuove grinze concentriche di cellule ipertrofiche, e il piede, pure con gli scarponi, le va dietro. Ma sulla coscia, Viviana mia, la faccenda è diversa: è una passeggiata in cresta col sole. Non lo vediamo da un pezzo, il sole. E pensa che ci hanno mandato in Florida. Nell’unica stanza al mondo in grado di contenerti, il VAB della NASA. L’inglese non lo conosco, ma è dove assemblano le astronavi da mandare sulla luna. C’è tanto spazio che sembra un altro pianeta, tu non sembri neanche così grande, ci credi? Da due anni il cielo è una lampada al led.
Strati sedimentari di smagliature si rincorrono sui versanti. Ho raggiunto il Gluteo Maggiore verso mezzogiorno, ho dovuto usare i rampini. I dottori dicono di non esagerare. Anche se è tanta, tanta che potrebbe coprire tre campi da calcio, non è falesia, è pelle.
Sono salito sul promontorio del bacino e ho guardato in basso cercando con gli occhi Treòns, come lo cercavamo sul Botai nelle nostri estati. Qui però il paesaggio non cambia: sotto di me, su un braccio prono avvolto attorno al tuo corpo per un chilometro e mezzo, riconosco il filare di piantane con le flebo colme a metà di pasto fluido, e il ventaglio opaco delle cannule a ricongiungersi verso il tubo centrale. Stasera dovrò cambiarle. Ho messo nello zaino una piantana e una dozzina di sacche, oltre a un paio di fessurimetri.
Il cuore, crescendo – la scorsa settimana ha raggiunto le dimensioni di una balenottera – sta spingendo in fuori lo stomaco e prima o poi porterà alla luce la vena cava inferiore. Ho detto ai dottori che con i fessurimetri potremmo sapere quando. Dicono ancora che sei malnutrita, che le flebo non bastano. E la malnutrizione peggiora le piaghe da decubito.
Scendo lungo il fianco, il terreno diventa impervio. Da vicino la pelle umana ricorda quei paesaggi aridi dell’Africa, con le zolle che emergono dalla sabbia. È un deserto bianco di rilievi continui ma dalla consistenza cedevole, liquida, rotto di tanto in tanto da peli grossi e duri, o dalle pozze castanoscure di quelli che un tempo erano nei. In basso, all’imboccatura dell’inguine, oltre una selva bianco-grigia di peli pubici, riconosco la piccola Rift Valley dell’appendicite. La vena cava dovrebbe essere da quelle parti.
Mi calo lungo il pendio, mi appoggio con la schiena al tuo ventre buttando il peso sui calcagni, sfrutto la gravità e l’elasticità della tua pancia. Una discesa nel ghiaione.
Quando cominciò la malattia per primi si ingrossarono il gluteo e il cuore, accartocciando il resto del busto al loro interno. Un anno fa si sono toccati, e da allora ti hanno sepolto sotto la tua carne, una caverna sempre più stretta riconoscibile dal cannello per la respirazione che fuoriesce dall’entrata. Ci vanno i dottori a cambiarlo, è l’unica cosa che gli lascio fare. Ti ho nutrita, ti ho medicata, ti ho ripulito dagli escrementi tutti i giorni dall’arrivo del virus, ma il tuo viso non l’ho mai guardato. Il tuo viso è qui, nella mia testa, piccolo e proporzionato come nel giorno del matrimonio.
Un tamburo sottocutaneo mi indica la vena. È un ruscello coperto, largo poco meno di un metro. Afferro la piantana con due mani, appoggio la parte inferiore, appuntita -una modifica dei dottori- nell’area individuata dal battito. Penetro dolcemente. Una pozzanghera di sangue scuro riempie il catino formatosi con l’affondo. Non trattieni i liquidi, Viviana, nonostante la manichetta che ti attacco all’esofago ogni mattina. Questo rende il tuo sangue lento e l’endovenosa inefficace.
Pulisco il sangue con uno straccio, spruzzo l’area col disinfettante; riempio il catino di cotone idrofilo finché ce n’è, quindi avvolgo il tutto in vari strati di garza. In alto, il tubicino si divide creando lo spazio per due sacche, le attacco e apro le valvole. Reggerà?
È un paesaggio in evoluzione, il versante, con l’avanzare del ventre, si inclina di qualche grado ogni settimana. Potrei dover aggiungere dei picchetti di sostegno come nelle flebo delle vertebre, ma significherebbe bucare altra pelle.
Scendo ancora qualche metro, raggiungo la parete dove il gluteo incontra la spalla sinistra, all’imboccatura della caverna. Non entro, piazzo i due fessurimetri dove la pelle è più liscia, li fisso con dello stucco da muratura. L’anno scorso usavo una colla adesiva sterile, la cambiavo ogni giorno. Oggi sono stanco.

Acromegalia virale.
Esistono più virus sulla Terra che stelle nell’universo. Stimano dieci miliardi di volte tanto. Quando me l’hanno detto, ho immaginato dieci miliardi di ragni impegnati a tessere un lenzuolo grande come il mondo; un lenzuolo finissimo, invisibile a occhio nudo.
Il tuo virus è unico nella storia dell’umanità, Viviana. Non esiste nulla di simile sui libri di medicina, nulla nel permafrost siberiano. È spuntato a un certo punto dal brodo virale che ricopre gli oceani e i continenti e ti ha infettata. Potresti averlo ingerito nuotando in un lago, lavandoti i denti, leccandoti le dita a pranzo. Di base, si comporta come un qualsiasi virus con il suo ciclo vitale specifico. Questo, Viviana, si è radicato nelle cellule del tuo stomaco, si è riprodotto, è risalito nel tuo cervello, è migrato nell’intestino. Quando ha raggiunto il cervello – i dottori me l’hanno spiegata semplice – ha rotto il segnale che blocca i tessuti dal crescere senza limiti, e contemporaneamente ha stimolato una certa ghiandola a produrre certi ormoni. Il risultato è che hai cominciato a ingrandirti, o meglio hai ricominciato a ingrandirti, ma in modo abnorme, sproporzionato. Un organo qua e uno là. Eri una donna alta un metro e sessanta: un corpo sottile, un viso simmetrico, dei seni piccoli e tondi. Adesso sei una collina di carne.
Dicono i dottori che si trasmette per via oro-fecale. Ho risposto che non conosco cristiani che seguono quel tipo di dieta. Hanno insistito: per la quantità di virus trovata nelle feci, e per la quantità di feci prodotta giornalmente, se non ti avessero rinchiusa nel VAB il virus avrebbe raggiunto facilmente la falda acquifera e da lì chiunque.
Mi sono messo a ridere, non so bene perché. È stata l’ultima risata della mia vita.
Indosso la tuta, tiro la zip fino alla fronte e mi sistemo occhiali e mascherina. Una volta al giorno, nel tardo pomeriggio, elimini le sostanze di rifiuto, urina e feci. Le deformazioni intestinali hanno creato una sorta di cloaca che ha unito i due scarichi. Ingerisci quindici tonnellate di cibo liquido al giorno, ed espelli dalle dieci alle dodici tonnellate di escrementi. Al giorno. L’ammontare delle deiezioni di cinque o sei elefanti. Non contento, il virus nel tuo cervello provoca delle contrazioni sfinteriche che innescano colossali colonne di sterco, la cui potenza e mole inquieta anche gli spiriti più scettici. L’ora di Pentecoste, come la chiamano qui. Svolgo la manichetta, mi posiziono a lato della Grande Grata: borborigmi crescenti provenienti dal tuo corpo preannunciano la tempesta.
Quando ti hanno portata qui hanno scavato un buco di cinquanta metri giusto davanti al tuo sedere. Lo hanno rivestito di acciaio, riempito a metà di candeggina, lo hanno chiuso con una grata larga quanto una piscina olimpionica. Le feci e il virus finiscono qui.
Comincia. Una fontana verde pallido comincia a sgorgare dal Gluteo Maggiore, uno zampillo iniziale, un fiotto deciso, sempre più deciso man mano che acquista pressione. Poi si arresta, un attimo di angoscia prima della Pentecoste. Poi esplode, la divina colonna prorompe con un ruggito spostando l’aria attorno, sfrangendosi con un boato sulla parete opposta del VAB.
Regolo l’ugello alla massima apertura, mi proteggo con un ombrello d’acqua. Ma la Pentecoste non arriva a gocce, arriva a mestoli, a badilate di crema verde che ti spostano col peso. Me la prendo tutta, la sciacquo indifferente. Non ha nulla di tuo, non c’è niente, nemmeno dei peti che mi regalavi sotto il piumone. Dietro la mascherina mi raggiunge l’aroma di immondizia farmaceutica.
Comincio a ripulire, parto dai tuoi glutei e risalgo le pareti più vicine. Dal fondo buio del perimetro dell’edificio spuntano altre figure bardate come me, ognuno con una manichetta aperta. Sono i dottori: insieme incanaliamo le feci verso la grata di scolo. Le loro tute sono più spesse e formano un pezzo unico dalle suole alla nuca.
Accenno un saluto, mi guardano, non ricambiano. Da qualche tempo a questo parte, ad eccezione del bollettino settimanale sul tuo stato di salute, non ci parliamo granché. All’inizio, due anni fa, erano tutti così entusiasti, così eccitati, dicevano che avrebbero fatto la storia della Scienza. A volte, basta qualche tonnellata di sterco per spegnere l’ardore.
In salute e malattia.
Stanotte ho sognato il nostro matrimonio. Indossavi quel vecchio lenzuolo d’organza che tua madre aveva tanto insistito ma a te faceva schifo. Eri raggiante, mi guardavi con gli zigomi tirati di gioia, piccola, armoniosa. C’era Don Giuseppe che leggeva le promesse, c’era mio fratello con in braccio la Viola, ancora bimba, che ti sussurrava all’orecchio. Ho capito di essere in un incubo quando mi sono accorto che non era la cappella di Treòns, ci stavamo sposando in una grotta. Le pareti si stringevano e si allargavano al ritmo del tuo respiro, era una grotta fatta di carne. Quando Don Giuseppe è arrivato alla parte della salute e della malattia, ti sei fatta seria, non capivo se eri triste o arrabbiata.
Ti ho chiesto: che cosa devo fare.
Non mi hai risposto. Hai cominciato a urlare premendoti la pancia.
Sul tuo basso ventre ogni passo è un affondo nella neve fresca, vorrei avere un paio di ciaspole. L’appendicite frena la mia caduta, ma rischio di urtare il cannello della respirazione attaccato alla cicatrice, dove la pelle è più spessa. Servono quattro dottori per cambiartelo, non me lo posso permettere. I vent’anni sono passati, Viviana mia.

L’entrata della caverna è una buia finestra verticale formatasi con l’avvolgimento del deltoide che riesco ad attraversare prima col torso e poi con le gambe, un parto in verso contrario. Dentro, il rimbombo bradicardico sposta l’aria e mi assorda, mi ricorda quanto siamo vicini al cuore. Il led penetra dalla stretta fessura lasciata dal gluteo contro la spalla, la penombra suggerisce pavimento e pareti. Ho scordato di portare una torcia e ringrazio la mia negligenza. Bozzoli, rigonfiamenti, escrescenze di natura indeducibile ornano gli interni della grotta e il catetere si perde fra essi, forse il tuo viso è uno di loro, forse tutti loro sono il tuo viso. Forse lo sto calpestando.
Liquido, lo sento nelle scarpe ed è freddo, non odora né di urina né di sangue. Riflette il led sopra i tessuti della grotta creando riverberi che prima non c’erano. Sulla parete di fronte la luce fa uno strano gioco: riconosco una sagoma, la mia sagoma, come se la guardassi sulla superficie di un vetro, di uno stagno verticale. Qualcosa di grosso e nero si muove nel fondo. Crollo sulle ginocchia.
Non chiedermelo.
Piango anch’io, davanti all’enorme occhio che mi guarda, mi svela in tutta la mia miseria. Le nostre lacrime colmano rapidamente lo stretto spazio attorno e mi raggiungono alla vita. Non posso.
Dappertutto, così forte che non lo distinguo più dal mio, batte il cuore ipertrofico di Viviana.
Testo Venereo Rocco
Illustrazioni di Francesca Bruni