le scatole

Eravamo a casa quando il citofono vibrò e una voce maschile gracchiò nella cornetta qualcosa di incomprensibile ma trafelato. In quei mesi ordinavamo di continuo vestiti libri vinili accessori, per poi rispedirne indietro una buona metà quando le endorfine erano riassorbite nei tessuti. Quel giorno non aspettavo niente. Lanciai un’occhiata interrogativa a Lara che, incantata da una call di lavoro, non poteva muoversi dalla scrivania, ma con un impercettibile cenno del mento mi fece capire che sì, la consegna era per lei.
Non trovavo la mascherina e scesi a volto scoperto, pronto a nascondere la faccia nell’incavo del gomito se avessi incontrato per le scale qualcuno degli ottuagenari abitanti del condominio, che come briganti o sovversivi si spostavano sempre mascherati e guardinghi.
Quando arrivai al piano terra il corriere era già scomparso. Abbandonate contro il muro dell’androne, una accanto all’altra sotto la fila delle cassette postali, mi aspettavano due scatole. Il marrone era quello solito, protocollare, ma erano entrambe troppo ingombranti per contenere gli oggetti che ci arrivavano alla spicciolata in pacchettini maneggevoli oppure avvolti nella plastica. Sulle prime, il fatto che per una spedizione del genere il corriere non avesse chiesto di firmare una ricevuta mi lasciò interdetto. Ma poi lo immaginai a braccia conserte mentre tardavo a scendere, vidi il suo piede che tamburellava sul pavimento, una bestemmia a fior di labbra, gli occhi che interrogavano l’ora sul telefono mentre da fuori giungeva un altro colpo di clacson per protestare contro il posteggio pirata del suo furgone. E allora via, uno scarabocchio liberatorio e la fuga.
Sull’etichetta lessi il nome di Lara. Poco sotto erano indicati gli estremi della mittente: Giulia Residori, 31 Camden Passage, London N1 8EA, UK. Non ero sicuro di quale Giulia si trattasse. Nei suoi discorsi sul mondo di fuori e sul mondo di prima, Lara ne menzionava due o tre, credo che una fosse una sua compagna di università, mentre le altre erano personaggi ectoplasmatici che mi confondevano, forse ne sdoppiavo una in due, oppure condensavo in uno stesso profilo persone diverse.
Saggiai il peso della prima scatola, che mi sembrò troppo leggera per le dimensioni. Secondo l’adesivo giallo incollato sul lato corto, andava maneggiata con cura, per cui mi avviai per le scale cercando di non scuoterla e di mantenere un assetto orizzontale. Salii nell’appartamento, presi respiro e tornai giù in souplesse. Avevo smesso di massacrarmi di esercizi casalinghi, azzerando in un batter d’occhio i benefici faticosamente ottenuti. Stavo risalendo con la seconda scatola quando al terzo piano, il nostro, mi imbattei nella signora Ferrari, che era intenta a chiudersi il portone alle spalle e, voltandosi, mi rivolse uno sguardo oltraggiato.
“Scusi, e la mascherina?”
“Ha ragione, signora, è che ha suonato il corriere e sono sceso di fretta…”
“E siccome lei aveva fretta, cos’è, io dovrei correre il rischio di morire?”
Non era il caso di iniziare una discussione. La nostra vicina non era mai stata una persona facile, e non era pensabile che la reclusione toccata in sorte anche a lei (vedova, senza parenti, senza gatti) avesse migliorato una situazione già molto compromessa dal disastro della sua esistenza.
“Facciamo così – proposi – se lei rientra un momento, poso questa in casa e la lascio passare”.
Senza guardarmi, la signora scosse la testa, infilò la chiave nella toppa e, ricavato uno spiraglio nel portone, ci sparì dentro.

Abitavamo nel bilocale che i miei genitori mi avevano comprato alla fine dell’università, quando già frequentavo Lara ma ancora non stavamo insieme. Lo spazio bastava appena per me, e la romantica prospettiva della convivenza si era scontrata da subito con la modesta metratura che la mia famiglia poteva permettersi. L’ingresso/soggiorno/cucina era occupato per un terzo dal divano e dal mobiletto della tv, per un altro terzo dall’angolo cottura con tavolo circolare e per l’ultimo terzo dalla libreria Billy addossata alla parete. Un breve corridoio portava nella seconda stanza: camera da letto/studio/guardaroba; in fondo si apriva un bagno angusto e cieco.
Posso solo immaginare quale espressione mi attraversò gli occhi quando, nei minuti di pausa tra una videoconferenza e l’altra, Lara mi comunicò che le scatole erano lì per restare qualche settimana.
No, diversamente da quanto speravo, non si trattava di una scorta di Earl Grey e scones spediti dalla misteriosa Giulia per aiutarci a superare l’isolamento continentale. Niente romanzi vittoriani o spezie pregiate dalle colonie del Commonwealth, e neppure rotoli di carta liberty per abbellire le pareti popolari del bilocale. In partenza da Londra per il Canada, Giulia aveva chiesto a Lara il favore di custodirle un paio di cose fino a quando non avrebbe avuto un indirizzo stabile. Questione di qualche settimana, assicurava. Forse un mese o poco più.
“E si può sapere che cosa c’è dentro?”
Quella che mi sembrava una domanda legittima fece rabbuiare Lara.
“Che palle, Gianluca. Dentro ci sarà un bel pacco di cazzi suoi”.
Inspirò a fondo, sbuffò, aggiunse: “Ma lo vedi come sei, per una volta che potresti fare una gentilezza al prossimo”.
Mandai giù un bolo di saliva per diluire le proteste inacidite che sentivo fermentare nello stomaco. Chi credeva di essere questa Giulia che disponeva di casa nostra (casa mia) come del suo magazzino? E come si era permessa Lara di accettare una richiesta del genere senza interpellarmi?
Cercai le parole giuste per affrontare almeno la seconda questione, ma rimasi fulminato.
“Mi stai dicendo che non ti ricordi di quando ne abbiamo parlato: sei serio? Eravamo a cena e hai detto testualmente: tranquilla, nessun problema. Boh…”
Mi domandai se stesse bluffando. Se era così, la prestazione era tanto diabolica quanto ammirevole. Era possibile che una faccenda del genere mi fosse trascorsa nelle orecchie senza lasciare traccia? Come avevo potuto accettare che una sconosciuta occupasse una porzione considerevole di casa nostra con le sue scatole?
A proposito di occupazione del suolo privato, non avevo idea di dove sistemare le nuove inquiline. Essendo fragili non si potevano incolonnare. Il lato, di un metro circa, era troppo lungo per ficcarle sotto il letto. Pensai di posarle sulla Billy, ma oltre a incrinare il precario equilibrio estetico del soggiorno le scatole sporgevano pericolosamente, rischiando di piombarci in testa.
“Lara, amore, non voglio discutere, lo giuro. Ma Giulia non ti aveva avvertito delle dimensioni? Non hai pensato che sarebbe stato un problema per noi, qui dentro, ora?”
“Ma che ne so: ha detto due scatole, scatoline, pensavo che fossero piccole. Ti pare che le chiedo di misurarle, scusa.”
“E non possiamo nemmeno aprirle? Magari il contenuto si può distribuire un po’ in un cassetto, un po’ su una mensola… Poi quando dobbiamo rispedire il tutto…”
“Non se ne parla nemmeno. Ci sono i sigilli, che figura ci faccio?”
Sbarrai gli occhi quando Lara mi fece notare che sul nastro adesivo e lungo gli spigoli erano stati incollati alcuni rettangolini di pellicola viola che, se rimossi, minacciavano di sbriciolarsi. Per mettere in guardia i malintenzionati una dicitura minuscola impressa sui rettangoli recitava in effetti security seal. Brontolai un mah. Chi poteva essere tanto paranoico da mettere i sigilli a un paio di scatoloni? E anche: chi era veramente Giulia Residori, e che cosa voleva dalla nostra vita?

Le scatole trovarono posto in camera da letto. O meglio: la camera da letto si adeguò e trovò un posto per loro, nell’angolo accanto alla poltroncina su cui mi appollaiavo a lavorare quando una call più importante delle altre, che esigeva silenzio assoluto e illuminazione naturale, trasformava il soggiorno in una no-fly zone. Per evitare un pugno negli occhi ogni volta che le vedevamo, Lara pensò di coprire le scatole con una coperta di ciniglia.
“Vedi – mi disse con studiata allegria – mentre lavori ci puoi appoggiare la tazza, o gli occhiali”.
La verità è che l’ingombro era notevole. Per raggiungere la cassettiera dovevo scavalcare le scatole; per sistemarmi sulla poltrona dovevo scavalcare le scatole; per andare in bagno dal mio lato del letto dovevo scavalcare le scatole.
Aspettai le due settimane concordate prima di chiedere a Lara, stando bene attento a modulare la voce sulla nota più melliflua che conoscevo, se la sua amica si fosse sistemata. Mi rispose che in effetti non si erano ancora sentite, ma Giulia aveva postato su Instagram una foto della skyline di Toronto. Doveva davvero essere questione di giorni. Approfittai dei toni all’apparenza sereni per racimolare qualche informazione su Giulia: che ci faceva di bello in Canada? E, di grazia, com’era riuscita nell’impresa di un viaggio transoceanico quando mezzo mondo, ambasciate comprese, lavorava da remoto, e i principali collegamenti aerei erano bloccati?
Lara era sicura di avermene parlato e riparlato. Giulia Residori – disse o ripeté – era figlia di Antonio Residori, un pezzo grosso del corpo diplomatico, tra i papabili per diventare il prossimo ambasciatore italiano a Madrid. Sulle orme del padre ma in rotta perenne con lui e con tutta la famiglia, Giulia aveva studiato affari internazionali e si stava perfezionando a Londra. Qualche settimana prima, quando si era aperta una posizione temporanea al consolato generale di Toronto, Giulia aveva mandato un’application, e l’avevano presa. Forse – insinuò Lara abbassando inspiegabilmente la voce – era stato il padre a farle avere quel posto, e non era escluso che ci fosse il suo zampino anche nella faccenda del volo transoceanico. Era già capitato in passato, ed era proprio quando Giulia scopriva un intervento non richiesto di papà che si infuriava con lui e non gli parlava per mesi.
Accolsi queste informazioni con un misto di curiosità piccolo-borghese e incazzatura proletaria. Se Giulia era figlia di un diplomatico a cui bastava uno schiocco di dita per metterla su un aereo durante una pandemia, com’era possibile che le sue scatole fossero finite proprio davanti al gabinetto del mio bilocale?
Per non discutere evitai di sollevare questo o altri interrogativi che mi rotolavano in testa. Anch’io mi stavo perfezionando in diplomazia. Vivendo insieme tutti i giorni per tutto il giorno, i conflitti domestici con Lara erano inevitabili. Avevamo imparato entrambi a scegliere quali battaglie valeva la pena combattere e quali potevano essere rimandate o, ancora meglio, annullate.
Aspettai. Se in effetti Giulia era arrivata a Toronto, doveva essere davvero questione di poco tempo. Questo non lo chiesi, ma immaginai che, essendo partita in fretta da Londra dopo la vittoria del concorso, Giulia fosse ospite di amici, o che si fosse sistemata in albergo nell’attesa di trovare un appartamento.

bernardo anichini 2

Poi successe una cosa strana. O forse non fu strana affatto, l’adattamento ai mutamenti dell’ambiente è un tratto connaturato in qualsiasi animale, e chi non si adatta si estingue. Alcuni neuro-scienziati sostengono che, tra le molte definizioni possibili di intelligenza, solo una sia davvero sensata: l’intelligenza sarebbe la capacità di trovare il proprio posto in un mondo che cambia di continuo. Tutte le altre facoltà (memoria, calcolo, linguaggio) non sono che aspetti collaterali, plug-in del grande software di adattamento…
Nel giro di un mese finii per abituarmi alle scatole. Non mi pesava più scavalcarle. La consideravo, anzi, una forma di esercizio e un antidoto alla sedentarietà forzata. Quando stavo in poltrona era utile, in effetti, avere un piano su cui posare oggetti leggeri, come una tazza o un libro, che altrimenti non avrei saputo dove mettere.
Al contrario, Lara cominciava a mostrare segni di insofferenza. Un giorno aveva mandato un messaggio a Giulia, che lo lesse qualche minuto dopo senza degnarla di risposta, né quel giorno, né il seguente, né quello dopo ancora.
“Se ne sarà dimenticata – buttai lì – Capita a tutti, no? Leggi mentre stai facendo qualcosa, inizi a rispondere, poi vieni distolto da qualcos’altro…”
“Sì, Gianlu, ma non si fa. D’accordo che ti dimentichi di rispondere oggi, ma domani e dopodomani non ti viene in mente che due poveri cristi hanno la tua roba fra i piedi da un mese e mezzo? Boh, mi sembra l’abbicì.”
Non potevo darle torto, ma anche quel cambiamento di prospettiva faceva parte della natura umana. Quando ero stato io a inalberarmi, Lara aveva ridimensionato il problema cercando di farmi ragionare; ora che era lei ad alterarsi, toccava a me tentare di calmarla. Per non disgregarci, l’importante era restare in equilibrio.

“Secondo te che cosa c’è dentro?”
“Ma che vuoi che ci sia? Vestiti fuoristagione, qualche libro, una o due cornici con le foto che ti fanno piangere quando sei lontano da casa. Insomma, le cose che non metteresti nel bagaglio a mano ma che non stanno neppure nel valigione da stiva.”
“Magari, ti immagini, ci sono dei peluche e se li apri ci trovi dentro della droga… Oppure ci sono rotoli di contanti che non si fidava a lasciare nell’appartamento di Londra.”
“Sei scemo? Non avrebbero passato i controlli doganali.”
“Ma spiegherebbe i sigilli. E poi se resti al di sotto di certe cifre puoi spedire tutti i soldi che vuoi, no?”
“Ma che ne so, Gianlu, chi ha mai spedito soldi in giro per il mondo.”
Eravamo a letto, le scatole a pochi centimetri dal mio braccio. Il venerdì sera, dopo le ultime call, ci sbronzavamo per trovare la voglia di fare l’amore. Poi restavamo abbracciati a chiacchierare, e Lara fumava erba. Rimanemmo in silenzio per qualche istante. Non ricordo se fui io a proporlo, o se fu lei, ma qualcuno disse: “Potremmo fare così, ascolta. Guardiamo che cosa c’è dentro e, se troviamo peluche, vestiti e foto, li distribuiamo in giro per l’appartamento e ci togliamo le scatole dalle… scatole”.
Ridemmo di quella battuta stupida, il fumo passivo stonava un po’ anche me.
“Se invece sono soldi ce li teniamo.”
“Come ce li teniamo?”
“Eh, un furto in casa, capita di continuo. Siamo usciti a fare la spesa e quando siamo tornati…”
“Piantala. Piuttosto come facciamo a giustificare la rottura dei sigilli?”
“Quello è semplice. Diciamo a Giulia… boh, le diciamo che c’è stata, che ne so, una perdita della lavatrice. Le scatole si sono bagnate e per non correre rischi le abbiamo aperte per salvare il salvabile.”
“Geniale!”
Mi alzai da letto, ancora nudo, e mi inginocchiai sulle scatole. Tolsi la coperta di ciniglia e passai la mano sul nastro. Incontrando con le unghie un sigillo provai a staccarne un angolo. Non solo si frammentò all’istante, ma notai che sulla superficie era rimasta un’ombra di inchiostro viola che disegnava un’iscrizione delatoria: opened.
“Siamo sicuri che vogliamo farlo?”
“Non lo so, adesso sono un po’ confusa. Dormiamoci su e domani mattina vediamo.”
Tornai a letto e invitai Lara a posare la testa sul mio torace. Poi mi feci passare la canna e diedi un tiro profondo che, provocandomi un accesso di tosse, fece sussultare anche lei. Ridemmo ancora; quindi Lara si voltò, mi baciò e ricominciammo a fare l’amore.
Di notte sognai le scatole. Lara era uscita e io ero rimasto da solo in casa, infestato dalla curiosità di sapere che cosa contenessero. Per non violare i sigilli prendevo un taglierino e disegnavo una sagoma sul cartone, che poi rimuovevo con la perizia di uno scassinatore di casseforti. Con sorpresa appuravo che il cartone era solo l’involucro superficiale di un’ulteriore confezione in plastica. Quindi procedevo a un secondo taglio, solo per scoprire che il nucleo delle scatole era di vetro, il che spiegava l’adesivo giallo e la dicitura Fragile. Non potendo tagliare il vetro cercavo di guardare al suo interno, che però era buio, verdastro, torbido. Allora accendevo la torcia del telefono, illuminavo la parete e scrutavo dentro. Prima notavo una striscia colorata, poi un’altra; infine mi appariva un pesce tropicale che, attirato dalla luce, veniva verso la parete. Le scatole (ormai unificate in una sola dai meccanismi onirici) contenevano un acquario. A quel punto sentivo la chiave di Lara frugare nella porta.
“Vieni a vedere! – le gridavo – c’è un pesce. Dobbiamo dargli da mangiare e cambiare l’acqua.”
Ma quando finalmente Lara entrava nella stanza, era tardi, il pesce boccheggiava e, dopo aver tagliato plastica e cartone, mi accorgevo che stava già galleggiando in superficie, stecchito.

bernardo anichini

La mattina dopo Lara trovò un messaggio di Giulia. A essere precisi si trattava di una serie di messaggi intervallati da sfilze di faccine. L’ultimo era un vocale che Lara riprodusse in vivavoce. Giulia aveva la erre blesa e l’accento romano tipico di chi farebbe di tutto per nasconderlo. Ricordava in modo impressionante Maria Chiara Lipari, la testimone chiave nel processo del caso Marta Russo. Era una delle mie ossessioni da lockdown, alcuni giorni prima avevo ascoltato per diverse ore consecutive un podcast sul processo e, tra le altre cose, mi ero indignato per le deposizioni deliranti di Lipari. C’erano diverse connessioni tra lei e Giulia. Erano tutte e due figlie di papà ingombranti (quello di Lipari era un importante avvocato, trafficone romano, politico della DC) e l’atteggiamento di entrambe era quello di chi è abituato a occupare una posizione di privilegio, sapendo di cadere sempre in piedi.
Distratto dall’antipatia che la voce mi suscitava, quasi non ascoltai il contenuto del messaggio, che dopo alcune scuse di prammatica dava istruzioni su dove e come spedire le scatole. Nella voce avvertii una certa urgenza, come se adesso Giulia avesse fretta di riavere le sue cose e noi domestici dovessimo attivarci per soddisfare al più presto le sue richieste.
Senza aggiungere commenti, Lara propose di andare alle poste la mattina stessa per liberarci una volta per tutte delle scatole. Tornando avremmo potuto comprare dell’avocado, prepararci un brunch e passare il pomeriggio a finire l’ultima stagione di Vikings.
Mentre mi vestivo mi colse una stizza inclassificabile. Non riuscivo a capire se fosse un accumulo di tensione che trovava in Giulia un remoto catalizzatore o se fosse la frustrazione smossa dall’improvvisa consapevolezza che non avrei mai saputo che cosa contenevano le scatole. Oppure, pensai, queste erano false piste che mi distoglievano dal vero obiettivo della mia aggressività repressa: Lara. Non riuscivo a perdonarle i suoi tentennamenti, il contegno esitante tenuto nei confronti dell’amica lontana, la poca fermezza, la sconfortante assenza di curiosità e iniziativa.
Indossammo giacche e mascherine, togliemmo il velo di ciniglia dalle scatole e ne prendemmo una a testa. Sul pianerottolo incrociammo la signora Ferrari, che stava uscendo a fare la spesa con una sportina a rotelle. Sibilò un buongiorno incazzato e si affrettò sulle scale per non starci alle spalle e respirare i nostri fiati virulenti. Io le venivo dietro, Lara mi seguiva.
Non saprei dire come andò di preciso. In queste occasioni è troppo facile incolpare l’inconscio, una stringa slacciata diventa subito il traslato del rapporto conflittuale con il padre che ci allacciava le stringhe da bambini, e l’inciampo che ne segue non ha una relazione diretta con la stringa di per sé, ma convoca altri inciampi che hanno preceduto quello, insieme a ulteriori atti maldestri. Come molti bambini e adolescenti sono stato anch’io uno di quelli che versavano l’acqua a tavola con frequenza sospetta, forse per farmi notare o per farmi sgridare da genitori distratti e assenti… Ma dubito che questa anamnesi sarebbe bastata a tranquillizzare la signora Ferrari quando si vide passare un grosso parallelepipedo a pochi centimetri dall’anca malandata e, muta spettatrice del disastro, si bloccò sulle scale, più incuriosita dalla distruzione che allarmata dal tentato omicidio. I rimbalzi, orrendamente sordi, furono almeno una dozzina, ma non bastarono a sfasciare la scatola, ben foderata da nastri e sigilli.
Non scesi subito. Prima mi scusai con la signora e mi dichiarai più volte mortificato, ma lei si allontanò senza degnarmi di risposta, seguita dalla sportina a rotelle, e una volta guadagnato l’androne approfittò del rimbombo per annunciarmi con un’uscita teatrale che avrebbe chiamato le guardie.
“Sì, brava – disse Lara – chiama anche i carabinieri a cavallo. Stronza.”
Quasi non la riconoscevo. Ero convinto che mi avrebbe fatto fare la fine della mia scatola; invece posò per terra la sua e mi massaggiò una spalla.
“Stai bene?”
“Sì, scusa, mi è scivolata… Sono un cretino, mi dispiace.”
“A me no. È successo a te ma poteva succedere a me. Anzi, sai che ti dico? È successo anche a me.”
Non feci in tempo a capire che, ecco, anche la scatola di Lara ruzzolava già per le scale e, dopo una discesa rovinosa, andò a raggiungere la mia. Il chiasso fece schiudere una persiana. Un vecchio che teneva la mascherina anche in casa guardò nella corte e scosse la testa. Incrociai gli occhi di Lara e ci mettemmo a ridere come la notte prima.
Scendemmo a esaminare i resti di quelle che per quasi due mesi erano state le nostre coinquiline. Non potevamo spedirle in quelle condizioni, o forse potevamo ma non volevamo. Cominciai ad aprire la scatola di Lara, che nella caduta aveva riportato danni più gravi della mia. Uno spigolo era già aperto, ci ficcai dentro un dito e lacerai insieme cartone, nastro e sigilli. Quando infilai tutta la mano tastai una parete di nylon, simile a una busta della spesa.
“Allora – dissi – se c’è almeno un peluche, offri tu la colazione.”

Testo Claudio Lagomarsini
Illustrazioni Bernardo Anichini

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