UMID(O)
una rubrica in collaborazione con Luca Marinelli

 

PORNOWELT FUTURIBILE

 

Diavolacci! I peli arruffati intorno all’ano. Un guazzabuglio da far venir giù goccioline rosse e altra materia purulenta quando comincio a grattarmi. La mano ritorta, dapprima nelle braghe e poi, vorace, nelle mutande. Oh, goduria primitiva mi acciuffa ed è tutto yaaah! mentre le dita ricoperte di ectoplasma si danno da fare nell’umido antro di quel cespo nero.
Allora, avido di piacere, mi crogiolo sottovoce con qualche “porca vacca” finché l’inopportuno Bortolas entra nel mio ufficio e devo smetterla.
Lascio la camicia di fuori e la cintura aperta cosicché il delegato guardi con sospetto e io ripago a occhiate bedevil. I colleghi fanno lo straordinario e si arrovellano il cervello. Homunculi vestiti ambiente arretrato, domenica apatica centro commerciale, compri tre paghi due.
Uno di loro lo chiamano “il patato”. Alquanto babbu, pelle candeggina e molle. Ha il grasso che gli esce dagli occhi incavati nel teschio affollato di riccioli unti. I regaz del quarto piano l’hanno preso di mira e gli fanno il trattamento ogni dì. Beffe in pieno stile bar si dispensano tra androni e toilette. Lui mugugna e infine ridacchia complice e ciccioso da babbu qual è. Sono i tipi come il patato… il kartoffel! che mi fanno vibrare lo stomaco perché se c’è una roba che non digerisco è la sudditanza.
Ma star qui a parlare dei miei colleghi sub mi secca, per Dio! È ora di chiuderlo l’ufficio da ribrezzo e di lanciarsi in strada.

In via Centotrecento due sbarbe in latex dagli ormoni sviluppati vanno in giro col micio al guinzaglio. Diavolacci, dovreste vedere che micio! Un porco desiderio di acciuffarlo mi assale.
“Che bel micio!”
Il risolino di ambedue mi provoca un flash pornowelt futuribile, dolce su e giù, bop bop, denti aguzzi, ciack ciack, filamenti viscosi. Ricambio il risolino.
Prendo quel piscioschifo che è via del Guasto e volto su Zamboni. Il mormorio degli studenti, marcio di giovane invincibilità, mi segue. L’infezione di quest’arteria del centro di Bologna. Incuria e sindrome d’invincibilità.
Il portico, le due torri, via Rizzoli, piazza della Mercanzia, via Castiglione e giungo in piazza del Francia.

Al Cafè de Paris sbevazzo un Martini red. L’homunculus dietro al banco ha lo sguardo satanasso, l’accento bastardo ed è li a rimproverar un ipertrofico cameriere.
Graaaugh!”, l’ipertrofico blub svanisce.
Pago, esco, siedo su una panchina. Mi guardo i mocassini in pelle scamosciata e adocchio una sagoma di babbu avanzare incerta alla mia sinistra. Lo Iemmi! Compagno di banco tutto buona educazione, preghiera prima dei pasti, gran senso di responsabilità.
“Hai bisogno?”, gli faccio, parecchio bedevil, quando accenna il saluto schivo.
Melodrammatico farfuglia incomprensibili parole impigliate. Una candela liquefatta. Mi alzo in piedi e calpesto l’imparziale interesse che ha verso di me, in modo che possa tenerlo bene a mente.
“Inimicizia violenta, brutale”, dirà ripensando al nostro incontro. Ed è in quel baleno che tendo il collo verso lo splendore. Mollo quel che resta dello Iemmi e sguscio.

Inebriato fiuto l’odore, gli sto dietro. Sensuale biancospino, elegante rosa bulgara, dolce vaniglia. Chi sei? La tua camminata è danza tra l’angoscia di questa città buia, fredda e nebbiosa. Un docile corpo all’uscio di un palazzo in Santo Stefano. Il cuore ansima così forte cheee… Oh, sublimi lampi e schiamazzi nel basso ventre in fùgh. Devo rivederla!
In piazza del Francia tra saltelli e piroette:
Sunday morning brings the dawn in / It’s just a restless feeling by my side… ciack! ciack!, e oplà.
Early dawning sunday morning / It’s just the wasted years so close behind… hi! hi! hi! Hahahaaa!
Al Cafè de Paris ordino una zuppa, l’homunculus non ha più lo sguardo satanasso, bensì del Gongolo.
“Vino!”, dico, mentre lui bramoso segna sul bloc-notes.
“Chi beve acqua ha un segreto da nascondere”, dice.
Non lo degno di alcuna risposta, ma son contento e accenno a un risolino. Dalla vetrata guardo la notte, le foglie secche vorticare per aria.
La zuppa è servita in ciotole inutilmente vintage. Il cucchiaio ci affonda pian piano delineando un cerchio intorno. La bolla d’olio straordinaria vien su e rivela al suo interno il volto di lei. Gli faccio compiere frizzanti giri, olio, pepe e puntini verde, grigio, magenta si rincorrono fino a formare scie gassose nella broda.
“Come, come? Vuoi che di te faccio un sol boccone?”
Hi! hi! hi! Al quinto, sesto mandargiù mi piglia il prurito nerboruto. Porco zio! Mollo il cucchiaio umido sul tavolo e vado alla toilette, tiro giù le braghe e ci do dentro, e già che ci sono, faccio la piscia. Scrollo il drillo e affronto il ritratto di me allo specchio lucido, incorniciato di nero. Sistemo il nodo alla cravatta, gli strizzo l’occhio bedevil.

L’appartamento è in viale Giovanni Gozzadini e di rincasare non ho voglia. Passeggio e canto perché quando son contento devo canticchiare. C’è pieno così di giovani strimpellanti e snick snack, snick snack, li dribblo come inamovibili schaufensterpuppen.
E poi il caso, o chi per lui, mi fa imbattere in lei. E giuro che provo un brusìo d’amore verso Bologna e la sua urbanistica giro giro tondo. Allorché, mi rimetto in moto col passo da leopardo nel cupo dell’inverno e quella sagoma di lei di curve pornowelt… Oh Cristo! un’erezione atomica vien su nelle braghe: “Stai giù vecchio drillo, stai giù…” e i suoi tacchi sfilano pilotati da magre gambe toniche.

A questo punto zip zip col ventre growrrrrr a tutto spiano cerco di agguantarla. Morsi divoratori… ho la boccuccia insalivata pronta a riempirsi di gocciolìo rosso e filamenti viscosi e poi affondare il coltello dopo il su e giù in quel petto florido. Denn die Todten reiten schnell.
Ma lei incalza e ciò provoca in me un brivido lungo le braccia, le mani si chiudono pronte a colpire e i denti bianchi stringono un botto.
“Dov’è che corri, eh!?”
Lei si volta e mi guarda maliziosa. Ah, goduria! L’ombra di me avanza in punta di piedi e poco in là, in una di quelle traverse buie piscioschifo, puzzo di vomito, nuvoloni hascisc nell’aria, passo all’azione.

pornowelt

Giro l’angolo e la ritrovo al muro. Cappotto aperto e lei con indosso uno di quegli abiti asimmetrici all’ultimo grido. Tra le labbra infuoca la paglia. Ich liebe dich!
Mi avvicino con fare garbato. Un lampione fiacco e lurido disegna una linea d’ombra che le divide il volto in due. Spalanco il bulbo oculare alla ricerca del suo sguardo thrilling che m’invita a palpare le carni appetitose. Allungo le mani frenetiche e sguiscio tra le stoffe pregiate. Lei inchioda gli occhi e… diavolacci, che figa! Lo chignon rigido, il collo adornato da un foulard di seta… e quel profumo, porco zio!
“Quanto mi piaci”
“Ah sì!?”
“Oh, sììì! Ti va se ti prendo ora, eh?!”
“Certo, fai pure.”
“L’avevo capito, sai.”
“Davvero?”
“Per mille diavolacci!”
“Cos’è che avresti capito?”
“Che sei una gran troja!”
“Garantito.”
“Mi trovi virile?”
“Non ho mai dubitato a riguardo. Vuoi che mi giri?”
“Ancora no, fatti guardare meglio. Cosa nascondi in quel risolino, eh?”
“Ma niente, bel micione.”
“Ho il drillo che scalpita, pronto a far balotta. Vuoi assaggiarlo il vecchio drillo, eh?”
“Non desidero altro, muoio dalla voglia di assaggiare quel tuo drillo”, le esplode una gran risata viscerale.
“Smettila!”, grida alle mie spalle una voce robusta.
“Levami le manacce da dosso!”, la bella al profumo di rosa.
“Voltati!”, ordina l’altra.
Mi volto e dinanzi una donna in abito bianco e chiodo di pelle. Nella mano la Beretta Pico calibro 9.
“E tu chi saresti? La sposa di Chucky?!”, le domando.
“No, schifoso. Getta il coltello o sparo al tuo caro drillo. E tu non vuoi che gli faccia del male, vero?”
“Giammai!”, prendo la mia adorata lama dalla tasca interna del cappotto e la poggio per terra.
“Ora stai muto”, sentenzia.
E vien pure a me una grossa e viscerale risata. Cossiché la donna armata mi fa: “E dunque, non hai paura?”
“Certamente, ma questo mi eccita ancora di più.”
Arghhh! la bella al profumo di rosa mi dà prima una ginocchiata ai globi gonfi e febbricitanti e poi uno scappellotto.  Sordo e bastardo dolore mi assale fino al cranio.
“Maledetta!”, le dico.
“Ti spiace se conduco il gioco?”
“Mai e poi mai!”
“Scambiamoci di ruolo. Inizio col metterti un filo di rossetto, quello rosso che ti piace tanto e lo smalto e i profumi.”
Grrr!”
“Non essere nervoso”, aggiunge l’altra.
“L’altra, l’altra… guarda che abbiamo dei nomi!”
“Stronze!”
“Che maleducato.”
“Io sono la Donatella. Quella al profumo di rosa per intenderci.”
“Io, la Emma.”
Ed è proprio la Emma a tirare fuori una lunga corda e mi legano da capo a piedi.
“Luride fighe rotte, non doveva andare così questo racconto.”
“Ah no, e come?”
“Credete di cambiare la fine che ho in mente, eh?”
“A dire il vero, sì!”, risponde la Emma.
“Stai lì tutto il giorno a grattarti l’ano peloso”, dice Donatella.
“Che schifo!”, la Emma.
“Sì, fai davvero schifo” ancora Donatella.
“E quel modo di blaterare, ahahah. Chi sei, un dandy? o che? Ahahah.”
“Sochmel!”
“Noi sappiamo anche della tua passione per i gatti… lurido pervertito!”

Mi trascinano in piazza Verdi, rinchiusa in un silenzio da ecatombe.
“Di tua moglie Katia. Fuggita dalla tua brutalità. Il sesso degenerato, i tradimenti, i ricatti che ha dovuto subire.”
“Ascolta Donatella, eri la star del racconto, eh. La tua vicenda sarebbe passata alla storia. Invece stai rovinando tutto.”
“Zitto, pagliaccio”, strepita la Emma e molla con tutta la sua forza un calcio sul naso. Male porco!
Inizio a sentire il gocciolio rosso venir giù.
“Donatella, non l’ascoltare, è matta. Dai, cancelliamo queste inutili righe e ritorniamo al punto in cui…”
“Stai zitto!”, e la Donatella mi imbavaglia per bene.
Emetto un lamento simile alla bestia condannata alla museruola: “Arghhhh Ehmmm!”
Katia appare. Insieme a lei un’orda di bambini sbuca dal teatro Verdi con migliaia di palloncini all’elio stretti nelle mani. Pensa te, mi legano quei palloni in ogni parte del corpo e volo nel cielo. o lettore, volo via nel cielo.

Testo Roz Catone
Illustrazione Lorenzo Bellosco

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