C’è un vasto prato fiorito circondato da mura, come se fosse un castello all’aperto. Anzi, il parco di un castello, un parco gigantesco. Una luce tenue, soffusa, rischiara le persone disseminate lungo tutta la superficie del prato, una moltitudine di persone. Sono suddivisi in gruppi e avanzano lentamente in fila. Il clima mite e temperato, intervallato da radi soffi di vento tiepido, rende meno pesante l’attesa e quella musichetta caraibica in sottofondo sembrerebbe voler allietare lo scorrimento delle persone in coda.
Ovidio riprende posizione in fondo alla lunga fila. È molto pensieroso. L’aria di cambiamento lo sta turbando. Come sta turbando tutti quanti, del resto, in questi giorni. Chissà come sarà l’eternità lassù? Chissà se la visione beatifica gli impedirà di guardare qualsiasi altra cosa? Le donne, ad esempio. Istintivamente guarda Pantasilea, la sensuale regina delle Amazzoni. Non riesce a toglierle gli occhi di dosso. Ammira il movimento sinuoso con cui lei inarca la schiena e scivola in avanti, sfiorando il terreno con i suoi lunghi capelli biondi.
Qualcuno gli appoggia una mano sulla spalla. Giulio Cesare. Ammicca con altera confidenza. – Preoccupato?
“Un po’. La notizia è stata confermata?”
“Sì. Il Papa ha approvato ufficialmente il documento.”
“Quindi? Adesso cosa succederà?”
“Beh, mi sembra ovvio. Dichiarando il limbo come “ipotesi teologica” troppo restrittiva, la Chiesa lo abolisce. Dovremo traslocare tutti.”
“Tutti?”
“Certo. Il documento ha efficacia retroattiva. Attenzione, tocca a te.”
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Ovidio si volta dall’altra parte, piega la schiena all’indietro e passa sotto l’asticella. Giulio Cesare fa lo stesso, ma in modo un po’ più impacciato: “Dannati reumatismi!”
“Eeeh…, io l’ho sempre detto che la vita militare è logorante.”
“Scusa Ovidio, ma tu non fai testo. E poi, ora che ci trasferiscono in paradiso, potrò farmi prescrivere qualche cura speciale.”
“Non ti eri già fatto vedere da Ippocrate?”
“Meglio lasciarlo perdere quel greco presuntuoso! Lui e la sua stupida teoria degli umori…”
“Già. Senza contare che io l’umore ce l’ho davvero a terra.”
“Perché? Non sei contento di cambiare?”
“Non saprei. Cioè, apprezzo il gesto e non vorrei passare per l’ingrato di turno…”
A sentire quella parola, Enea si sporge subito verso di lui dalla fila accanto.
“Cosa c’entra adesso Turno? Che se ne resti all’Inferno lui! Noi la salvezza l’abbiamo meritata! Dice bene il Papa…”
Ettore, però, lo interrompe e lo sospinge amichevolmente in avanti: “Non badare alle sciocchezze di quel poeta. Cosa vuoi che ne capisca?”
Ovidio scrolla la testa e torna a parlare con Giulio Cesare: “Direi che Enea non si è ripreso molto bene da quell’esaurimento nervoso”.
“A quanto pare, Galeno gli ha consigliato l’ippoterapia ma non ha funzionato. È bastato nominare un cavallo che quel matto si è caricato subito suo padre sulle spalle e ha cercato di scappare via. Meno male che Ettore si occupa di lui. Gli amici si vedono nel momento del bisogno. Comunque, dicevi?”
“Senti, Giulio…posso chiamarti Giulio, no? – l’altro sbuffa altezzoso e con la mano gli fa cenno di continuare il discorso – Ne parlavo giusto ieri con Antigone. Anche lei sostiene che l’eternità lassù potrebbe essere parecchio noiosa”.
“Beh, ma dovresti sapere che quella ragazza è sempre stata refrattaria all’autorità. Qui però non si sta parlando di seppellire o meno un fratello debosciato. Qui si parla della salvezza. Ehi, tocca di nuovo a te!”
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Questa volta, Ovidio passa piegandosi in avanti e quasi tocca l’asticella con la nuca. Qualche fila più in là, invece, Omero la centra in pieno  con la fronte e la fa cadere, come sempre. Euclide fa un veloce calcolo matematico a occhio e la risistema all’altezza giusta.
Ovidio indica la scena e sorride.
“Sai che ti dico, Giulioce’? A me questo passatempo non dispiace affatto. In qualche modo, riesce ad essere divertente. Potremmo anche considerarlo una specie di punizione, ma in fin dei conti qui siamo tutti perennemente sereni. E non sembra piacere soltanto a me. Guarda con che grazia si flette tua figlia Giulia.”
“Ehi, attento a quello che dici.”
“Non fraintendermi. Intendo dire che il nostro gesto perpetuo ha un ritmo piacevole. E non mi riferisco solo alla musichetta di sottofondo – Ovidio ammicca in direzione di Calipso che, accompagnata dalle sue ninfe, esegue a cappella ‘Matilda’ – Oltre a quello della canzone, c’è un ritmo particolare che pervade i nostri movimenti, a prescindere dal fatto che siano più o meno eleganti, ginnici o goffi. Siamo impegnati in un’attività fisica salutare che rinforza le nostre anime… e anche il nostro spirito di gruppo. Qui possiamo socializzare e stare in compagnia. Un uomo di caserma come te dovrebbe apprezzare almeno questo aspetto”.
“Ma anche in paradiso la compagnia non mancherebbe.”
“Lo so. Il punto è che io non mi ci vedo a trascorrere tutto il tempo in mezzo a puritani e bacchettoni, a gente che si sollazza della propria bontà di spirito e non aspetta altro che di rimproverarti qualcosa.”
“Shhh! Sei il solito cialtrone, Ovidio! Non sai neanche di cosa stai parlando!- Socrate, disturbato dalla chiacchierata dei due, si è girato per riprenderli.
“Appunto. Eccone uno che lì si troverebbe a proprio agio. Sempre pronto a confutare il prossimo.”
“Vergognati e sappi di non sapere!”
“So soltanto che mi stai fracassando…- ma Giulio Cesare gli tappa la bocca – Inutile discuterci. È stato capace di accettare una condanna ingiusta pur di sentirsi migliore degli altri. I cristiani l’hanno elogiato così tanto che non gli passerebbe mai per la testa l’idea di non andare a godersi la loro beatitudine eterna”.
“È proprio questo il problema. Io mi troverei a disagio in mezzo a quel genere di persone. Ne sopporto a stento un paio, non di certo una moltitudine. E tu? Cosa ne pensi?”
“Anche io, sinceramente, sono abbastanza titubante. C’è qualcosa che non mi convince e, per certi, versi potrei essere d’accordo con te. Ma sono in tanti a pensarla diversamente. Per esempio, anche Platone è della stessa opinione di Socrate.”
“Eh, grazie al…”, Giulio Cesare gli tappa di nuovo la bocca.
“Ti devi controllare, altrimenti in paradiso rischieresti di passare dei guai.
L’ammonimento di Giulio Cesare, però, non placa il poeta. Anzi lo convince sempre più del fatto di essere destinato a un luogo in cui sarebbe sottoposto a innumerevoli limitazioni, a divieti e tabù che nel limbo non lo toccano minimamente.
“Qui, in fin dei conti, possiamo gestire autonomamente il nostro spazio e la nostra attività.”
“Io, però, preferirei anche non essere costretto a compiere questo gesto insensato per l’eternità. E non solo per i dolori alla schiena. Tu puoi anche pensare che sia divertente, ma io molto spesso mi sento stupido.”
“L’azione è forzata, ma la sua modalità è discrezionale. Se ci pensi, non ci sono i limiti imposti lassù. Per esempio, Giulio Cesare, tu hai ottenuto la possibilità di non indossare la collana di fiori, perché ti sembrava “ambigua”, e l’hai sostituita con quella di alloro che si addice di più al tuo rango. Questo ti fa sentire meno stupido ma, cosa più importante, ti lascia la possibilità di una scelta. Si parla tanto di libero arbitrio, ma poi nel regno dei cieli dove va a finire?”
Ormai, Ovidio non ha più dubbi. Per quanto cerchino di fargliela passare come pena eterna, preferisce senza dubbio questa condanna, il limbo, all’idea di restare per sempre alienato in una statica contemplazione. L’immutabilità eterna, seppur beata, lo spaventa più di qualsiasi pena infernale. Per lui, il paradiso rischierebbe di essere un inferno.
Socrate, intanto, interviene di nuovo nel dialogo, sempre più irritato: “Solo per aver detto una cosa del genere, tu meriti di restare qui per sempre. Non capisco neppure per quale ragione una persona come te sia stata messa insieme a noi, uomini giusti.”
“Forse perché penso con la mia testa, perché non mi adeguo a un moralismo inerte e incondizionato che non permette critiche né obiezioni, perché desidero la libertà come proprio gli uomini giusti dovrebbero sempre fare. Se ci pensi, caro Socrate, la costrizione è ciò che i filosofi come te e i liberi pensatori come me hanno evitato per tutta la vita. Dovremmo accettarla dopo la morte?”
Non ricevendo risposta, Ovidio indica al filosofo greco l’ultima fila di persone, in fondo al grande prato.
“È la fila degli arabi. Là ci sono Saladino, Avicenna e Averroé. Loro sono uomini giusti. Nonostante sia stabilito che nel limbo tutti si muovano sulle note di una musica che trae origine niente meno che dalla Trinità, loro hanno avuto la possibilità di creare una fila che esegua la pena eterna secondo una musica arabeggiante. Questo significa che la loro cultura differente non li rende meno giusti. In paradiso, però, non avrebbero alcuna possibilità di distinguersi dagli altri. Per questa ragione, spiega Ovidio, non accetteranno mai il trasloco forzato.”
Socrate, però, ha già smesso di ascoltarlo. E Giulio Cesare ne approfitta prontamente per togliersi il dubbio che lo stava incuriosendo fin dall’inizio del discorso: “Credi forse che gli arabi possano opporsi? Il Papa avrà sicuramente preso questa decisione seguendo le direttive dello Spirito Santo. Quindi, possiamo intuire di chi sia stata l’idea. Te la sentiresti di contrariarlo?”
“Lo so. È un rischio. Tuttavia, Tolomeo mi ha detto di aver visto Saladino parlare con…puoi immaginare con chi. Sembra che abbiano trovato un accordo per consentire agli arabi di restare qui. Potremmo unirci a loro.”
“Asticella…”
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Ovidio ci passa sotto ondeggiando, come se, a conferma delle proprie teorie, volesse mettere in evidenza il concetto che quell’azione obbligata possa essere considerata uno svago. Anche Giulio Cesare, per la prima volta, sembra muoversi a tempo di musica. Ondeggia, ma soltanto perché ha difficoltà a mantenere l’equilibrio.
“Dannati reumatismi!”
“E pensa come peggioreranno con l’aria che tira lassù. Qui almeno il clima è caldo. Senza contare che tieni anche i muscoli in movimento. Pensi che possa far bene alla tua schiena restare tutta l’eternità seduto a contemplare?”
Giulio Cesare tace e medita. Medita e tace. Ovidio sa che, più di qualsiasi altro argomento, ce n’è uno in particolare su cui deve puntare: la superbia.
Decide di prenderla un po’ alla larga: “Peraltro, so che per me lassù sarebbe abbastanza difficile, ma credo che per te lo sarebbe ancora di più. Qui sei abituato a essere considerato con grande rispetto e ammirazione. Pensi che in paradiso accadrebbe la stessa cosa? Angeli e beati non hanno occhi che per Lui. In mezzo a loro, Giulio Cesare sarebbe solo uno dei tanti”.
Io uno dei tanti? Non lo sono mai stato e mai lo sarò! Da questo punto di vista, preferisco di certo essere primo nel limbo che secondo in paradiso. Caro Ovidio, credo che infine tu mi abbia convinto. Ora dobbiamo solo trovare il modo migliore per rifiutare il trasloco senza inimicarci i pezzi da novanta di lassù.”
“Bravo, Giuliocé, mò mi sei piaciuto. Innanzi tutto, bisogna capire quanti di noi preferiscano restare nel limbo.”
“Tra i favorevoli chi dovremmo contare?”
“Più siamo, meglio è. Antigone la pensa come me. Proverò a convincere anche Orfeo, Plauto, le Amazzoni ed Euripide. Con loro non dovrebbe essere difficile. Anche Orazio mi ha dato l’impressione di trovarsi parecchio bene nel limbo.”
“Non mi fido molto di lui, però. Mi ha sempre remato contro.”
“Non preoccuparti, con lui ci parlo io. Poi, dalla nostra parte ci saranno tutti gli arabi. Questo è sicuro…”
“E anche mia figlia. Lei fa quello che decido io.”
“Allora, potresti dirle di persuadere anche le sue amiche”, dice Ovidio indicando Lavinia e Camilla.
Le due, in quello stesso momento, stanno sospingendo sotto l’asticella uno dei carrelli impiegati par far passare i bambini non battezzati. Giulio Cesare lo squadra con aria sospettosa. Le parole del poeta gli sembrano buttate lì come quelle di chi ti chiede di dire alla tua fidanzata di portare un’amica. Meglio cambiare argomento con un uomo del genere, pensa, ma è lo stesso Ovidio a farlo.
“E con gli infanti come si fa? Loro non possono scegliere.”
“Credo che per loro, purtroppo, bisognerà applicare la regola del silenzio-assenso. Specie considerando che la decisione papale di farci traslocare è stato presa soprattutto nel loro interesse.”
“Cosa intendi?”
“Che in paradiso si vuole concedere la salvezza soprattutto a loro, dato che non hanno commesso peccati individuali. Il solo peccato originale non è abbastanza grave per escluderli dalla misericordia divina.”
“Certo. Non ci si può accanire sui bambini soltanto perché sono macchiati dal peccato originale. Sarebbe come dare l’ergastolo a uno che in prima elementare ha rubato una mela dalla mensa scolastica.. Per noi, invece, la situazione è diversa. Noi, per quanto uomini giusti, abbiamo comunque commesso qualche peccatuccio, no?”
Ambedue si zittiscono immediatamente. Ripensano a tutta una serie di vicende e azioni compiute in vita. Uno pensa a momenti di tracotanza e a decisioni efferate, l’altro a varie cadute nell’ozio e nella lussuria. Sui loro volti sembra quasi comparire una velata aria d’imbarazzo. Poi incrociano gli sguardi e cominciano a pensare alle rispettive colpe. Giulio Cesare crede che quelle del poeta siano peggiori delle proprie, che erano comunque giustificate dalla ragion di Stato. Ovidio, a sua volta, crede che quelle dell’altro siano più gravi delle proprie appunto perché connesse a uno specifico interesse da perseguire, anziché essere disinteressate e passionali. In un certo senso, si sente persino dispiaciuto per il tiranno e per la sua vita, ma capisce che per loro non ha alcun senso farsi venire una crisi di coscienza proprio adesso.
“Non lasciamoci turbare da questi pensieri, dai. Dopo tutto, se siamo stati considerati entrambi nel novero degli uomini giusti, un motivo ci sarà, no? E non sarà qualche macchia nel nostro passato a far venire meno quel motivo.”
“Già. Siamo stati comunque dei giusti.”
“Sì. Però, ho paura che lassù riceveremo un trattamento condizionato da questo genere di pregiudizi. Forse, saremo guardati con sospetto e diffidenza.”
“In effetti, è probabile che sia così. Non importa. Tanto ormai, abbiamo deciso di restare qui. Quindi, che senso ha preoccuparsi di quello che pensano di noi in paradiso? C’è un altro problema che dovrebbe interessarci di più. Per esempio, come fare per metterci d’accordo con tutti quelli che saranno contrari a questa soluzione. E ho idea che non saranno pochi.”
“Secondo te, chi sarà a fare più resistenza?”
“Direi che Socrate e Platone ce l’hanno già fatto capire. Loro due sono culo e camicia, questo lo sappiamo. E, come loro, si opporrà anche quell’altro gruppetto di filosofi che sperano di scoprire qualche formidabile verità a proposito di atomi e minuscole particelle varie. Poi, c’è anche Virgilio. Non vede l’ora di rincontrare quel suo amico toscano di cui parla sempre.”
“E Cicerone?”
“Anche su di lui non farei troppo affidamento. È un incoerente, uno che passa da una parte all’altra a seconda di come cambia il vento. Il problema è che, se non ci mettiamo d’accordo tra noi e cominciamo a dividerci in gruppi e fazioni varie, qualcuno in paradiso potrebbe cambiare idea e trovare per noi un’altra soluzione che magari scontenterebbe tutti quanti. Servirebbe una persona che abbia abbastanza carisma e forza di volontà per prendere in mano le redini della situazione e unificare la volontà di tutti noi.”
“Immagino che tu stia pensando a te stesso per questo ruolo – subito Socrate si volta di nuovo verso di loro – Noi non ci lasceremo mai accomunare a gente come voi”, dice, coinvolgendo con lo sguardo anche Platone.
Giulio Cesare s’immobilizza stizzito. Purtroppo, non riesce più a sostenere a lungo quella posa superba e s’incurva un po’, toccandosi la schiena indolenzita. La fila preme alle sue spalle.
“Non spingete! C’è abbastanza tempo per tutti qui!”
“Avete fretta? Non siamo mica in posta! I soliti anziani…- rincara la dose Ovidio – Ma come pensi di poter mettere d’accordo queste teste? Forse l’unica soluzione è il voto. Ognuno di noi dovrebbe votare se preferisce traslocare oppure restare qui. So già che l’idea non sarà di tuo gradimento, ma credo che dovremmo applicare i principi di uguaglianza e democrazia: proprio questi sono gli aspetti positivi del limbo.”
Giulio Cesare storce la bocca. La sua smorfia è eloquente: “Uguaglianza e democrazia dici, eh?”
“Tu preferiresti comandare, lo sappiamo, ma come vedi qui non è facile imporre un’unica volontà. Se ti ricordi bene, non ci riuscisti neppure a Roma e che tu possa farlo lassù sarebbe del tutto inimmaginabile. Quindi, secondo me, devi accontentarti di accordare la tua volontà a quella della maggioranza.”
“Sembra, allora, che l’unica soluzione sia il voto…e che voto sia.”
Approfittando di un attimo di stazionamento della fila, Ovidio attira a gesti lo sguardo di Orazio, pensieroso per fatti suoi.
“Orà, avremmo bisogno del tuo aiuto. Serve qualcuno che sappia come catturare l’uditorio per qualche minuto. Tu che hai lavorato nelle aste pubbliche potresti, per favore, richiamare l’attenzione di tutti per fare una votazione?”
“Che genere di votazione, scusa?”
“Io e Giulio Cesare vorremmo sapere quanti di noi sarebbero favorevoli a rimanere qui.”
A sentire il nome del tiranno, Orazio fa una smorfia. Tuttavia, l’idea di restare nel limbo lo alletta abbastanza. Dunque, decide di acconsentire alla richiesta. Alza le braccia e rischiara la voce con alcuni colpi di tosse stentorei.
“Prego, un attimo di attenzione, signori! Data l’urgenza del momento, occorre che tutti esprimano la loro preferenza circa la nostra permanenza nel limbo. Ognuno di noi, adesso, dovrà decidere se sia o meno favorevole a traslocare in paradiso!”
Un borbottio generale accoglie l’annuncio con un certo nervosismo. C’è chi chiede delucidazioni, chi subito critica la proposta e chi, invece, già sbraita il proprio parere senza attendere di essere chiamato in causa.
“E facciamo votare anche le donne?”, domanda Ettore. Pantasilea, regina delle Amazzoni, risponde rifilandogli uno spintone.
Orazio, da un lato, e Giulio Cesare dall’altro si sforzano d’imporre un po’ di ordine per comunicare le regole che scandiranno il voto. Ogni persona dovrà votare soltanto dopo essere passata sotto l’asticella, in modo da evitare che si faccia confusione o che qualcuno voti due volte.
“Comincerò io!”, dichiara Giulio Cesare, convinto di poter condizionare con la propria autorità la scelta di chi verrà dopo di lui.
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Si svolge la votazione. Inizialmente, si fatica a  effettuare un conteggio corretto, dato che i votanti sono in continuo movimento. Sanno bene di non potersi fermarsi perché correrebbero il rischio di attirare qualche sguardo indiscreto dall’alto, facendo così venir meno la segretezza delle loro intenzioni. Fino a che non avranno preso una decisione, il loro movimento nel limbo dovrà scorrere come sempre.
Ovviamente, ci si rivolge ad Euclide per il computo esatto dei voti, per quanto lui paia concentrarsi maggiormente sull’importanza di mantenere le file parallele.
“Almeno durante la votazione, per favore, non spostatevi da una fila all’altra.”
Nonostante l’invito a non mescolarsi, c’è molta confusione. Certo, sta influendo soprattutto il fermento dovuto all’importanza della scelta cui ognuno di loro è stato chiamato. È una scelta irreversibile e dunque ancora più delicata. Alcuni, in realtà, non credono che questo voto possa incidere più di tanto sul loro destino, ma si fanno comunque coinvolgere dal volere della maggioranza. Altri sono particolarmente perplessi, come se non intendessero affatto compiere una scelta. Questa, peraltro, ha per tutti un significato molto intimo, tanto da rendere difficile la sua dichiarazione in pubblico.
“Ma il voto non dovrebbe essere segreto?”, chiede Cicerone.
Giulio Cesare replica quasi con fastidio: “Voto segreto? Di cosa stai parlando? E poi, se non sappiamo a chi attribuire il voto, come possiamo capire chi vuole restare qui oppure andare in paradiso? Forse ti vergogni della tua opinione?”
“Nessuna vergogna! Tutto quanto va fatto pubblicamente!”, grida da qualche fila più in là Diogene di Sinope, passando sotto l’asticella a quattro zampe nel suo solito tentativo di sembrare un cane.
“Beh, almeno questa volta hai evitato di pisciare contro il palo!”, lo deride Platone.
L’altro solleva la gamba verso di lui in modo sprezzante.
“Cerchiamo di non dilungarci a discutere su dettagli inutili, per favore”, Ovidio prova a sollecitare lo sveltimento della procedura. Forse, tutta l’eternità non gli sembra abbastanza lunga da potersi permettere di perdere troppo tempo nell’attesa di scoprire l’esito della votazione.
Infine, si conclude la consultazione generale. Ora, tutti gli occhi sono puntati su Euclide, aspettando trepidanti il suo scrutinio.
“Voto più, voto meno, penso che non si sia raggiunta una vera e propria maggioranza. La votazione ha espresso una sostanziale parità tra le parti…come dovevasi dimostrare.”
La folla ascolta in silenzio il responso e sembra immobilizzarsi per un momento, il primo nei secoli dei secoli, come se il risultato avesse deluso le loro aspettative. Poi, le file ricominciano a scorrere come hanno sempre fatto.
Giulio Cesare e Ovidio si guardano negli occhi. Avevano sperato che fossero così tanti a voler restare nel limbo da poter imporre la decisione anche a quelli riluttanti. E, invece, nulla di fatto.
“Adesso come la mettiamo?”, chiede il poeta con aria disillusa.
“Come ho sempre sostenuto, le votazioni non servono a nulla. A questo punto, ognuno di noi dovrà scegliere di testa sua se restare o andare via. Credo che non ci sia altra soluzione.”
“Conosci te stesso…lo dicevo io – interviene Socrate – Questa volta, ci troviamo perfettamente d’accordo. Ognuno deve capire quale sia la scelta migliore per se e permettere agli altri di fare lo stesso. Chi sente di voler restare nel limbo, che ci resti, e che faccia lo stesso chi, invece, desidera traslocare in paradiso.
Le parti danno l’impressione di essere concordi su questa specie di compromesso. Tutti quanti, pur senza interrompere il loro moto perpetuo, cominciano lentamente a separarsi in due gruppi distinti, quelli destinati al paradiso e quelli che resteranno nel limbo.
Ovidio e Giulio Cesare sono abbastanza soddisfatti. Hanno, però, un’aria sconcertata. Il poeta si guarda intorno. Osserva il grande prato fiorito, quell’ambiente a cui si è ormai affezionato. Poi sposta gli occhi verso l’asticella sotto cui continuerà a passare per l’eternità, si sgranchisce e tira una specie di sospiro di sollievo.
“Beh, Giuliocé, in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto l’obiettivo. Non sei contento?”
“Sì. Ho un altro dubbio, però. Non corriamo il rischio che il nostro rifiuto di traslocare da qui venga giudicato come una colpa? Lassù potrebbero decidere di infliggerci una punizione diversa e non sappiamo a cosa andremmo incontro.”
“Secondo me, ti preoccupi troppo. Non si è mai sentito parlare di commutazione della pena eterna. Al massimo, ci abbasseranno un po’ l’asticella.”
“Dannati reumatismi!”
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TESTO: Fabrizio Di Fiore
IMMAGINI: Sara Flori, Giulia Quagli, Luca Lenci Bernardo Anichini, Marta Sorte

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