Strip Advisor presenta
MAROCCO

Mi sono reso conto di cosa significhi essere in Marocco soltanto una volta sceso da un taxi in piazza Jemaa el Fna. Questa è Africa, ho pensato, o almeno rappresenta proprio l’idea che mi ero fatto di lei.

Undici di sera e Jemaa el Fna è un viavai di persone con immancabile musichetta arabeggiante di sottofondo. Ecco il tarlo dello stereotipo che s’impadronisce dei miei pensieri, mentre l’odore di pecora alla griglia s’impadronisce del mio stomaco.
La gente brulica tra i banchi del mercato come se fosse pieno giorno. C’è sempre qualcuno che t’invita a sedere per mangiare un piatto preparato sul momento o bere un tè alla menta.
E c’è chi cerca di venderti qualunque cosa a qualunque prezzo. All’instancabile mercanteggiare marocchino, però, di sera si aggiungono anche le attività d’intrattenimento.
Le persone s’affollano in cerchio intorno a gruppi di suonatori e virtuosi del canto corale. In pochi metri si passa da una specie di cantastorie tradizionale a balletti sul ritmo frenetico dei tamburelli. Da un lato ballano uomini travestiti da odalische, dall’altro un tizio con un gallo sulla testa. Un po’ più in là, un ragazzo in sedia a rotelle si getta a terra e inizia ad agitarsi con un movimento a metà strada tra la breakdance e le convulsioni di un epilettico. C’è qualcosa di grottesco negli applausi del pubblico.
Non c’è soltanto chi suona e chi balla. C’è anche chi si dedica a giochi di prestigio, chi tiene lezioni di medicina usando un modellino di “Alla scoperta del corpo umano”, chi vende lampade a olio e chi brodo di lumache, vecchiette che leggono le carte (napoletane) e ragazze che fanno tatuaggi all’henné sulle mani dei passanti.

Poi ci sono gli incontri di pugilato da strada e molti spettatori pronti ad applaudire il pugile elegante. C’è il minigolf e un altro gioco che consiste nel tirare monetine su una tabella di caselle numerate, una specie di roulette spartana. Ma il gioco che m’incuriosisce di più è quello della pesca miracolosa, noto anche come “gioco delle bibite”. I partecipanti devono usare una canna con un anello di plastica al posto dell’amo per arpionare le bottiglie esposte al centro del cerchio. Chi riesce a portare a sé una bibita senza farla cadere può tenersela. Non ha limiti la concorrenza tra chi cerca di attirare, incuriosire e divertire il pubblico. Niente scimmie ammaestrate e serpenti incantati dal flautino, quelli si vedono solo di giorno. Passeggio tra i capannelli sforzandomi di sfuggire agli stereotipi sull’Africa. E invece ecco che tocca subire quelli sugli italiani.

Approccio tipico di un marocchino.
“Ehi, español? Français?”
“No, italiano.”
“Aaah…lasciatemi cantare…”.
E così inizia il tormentone del mio viaggio in Marocco. Di volta in volta, città per città, incontri qualcuno che come prima cosa ricollega l’Italia a Toto Cotugno e alla sua canzone più nota.
Il primo episodio è stato un tira e molla andato avanti fin troppo a lungo. Un tizio malconcio insiste perché gliela canti. Non ne ho alcuna intenzione. Dopo un po’, lo convinco a farsi bastare Tammurriata Nera.

Qualche giorno dopo, a Meknes, quasi la stessa scena.
“Non ti piace Toto Cotugno? Perché?”
“Lui mi piace, soprattutto il suo taglio di capelli. È la canzone che non mi piace.”
Ma il dialogo migliore al riguardo mi attende la sera seguente. Un vecchietto barcollante ci sente parlare e ci ferma.
“Italiani…”, appoggia i polpastrelli alla fronte come se stesse riflettendo profondamente.
Cerca di ricordare qualcosa, qualcosa d’importante che deve dirci. L’illuminazione affiora sul suo volto. “…con la ghitarra in mano.”
Se ne va via senza aggiungere altro, sempre barcollando.
Tornando al discorso sugli stereotipi, il punto è che forse non mi aspettavo un Marocco così africano. L’amico Marco dice che noi siamo stati rovinati dalle norme igieniche. Nella Comunità Europea una piazza come Jemaa el Fna non sarebbe tollerata. Sembra di essere in un altro mondo, ma anche in un altro tempo.
E, a proposito del tempo, ecco che arriviamo al più grande problema del Marocco. Durante una passeggiata nella medina di Meknes, Abdul ci dice che qui il tempo è rallentato rispetto all’esterno. Sostiene che il motivo sia lo spessore delle mura e ciò rende il discorso ancora più curioso. Le mura non fanno passare la luce del sole, quindi non si percepisce esattamente il trascorrere delle ore.

Il tempo avanza normalmente nella Ville Nouvelle, anzi, corre, sembra aver fretta di recuperare quei fantomatici secoli di arretratezza rispetto ai paesi moderni ed evoluti. Non nella medina, invece. Lì tutto dà l’idea di appartenere al passato. Nel souk delle spezie si vendono le spezie, nella piazzetta delle stoffe si vendono stoffe e nella via dei ramaioli si batte il rame.

Non ci sono lavanderie che sono dei bar e ristoranti che si chiamano officine. Non si rischia di andare a un concerto in un’ex-acciaieria. La musica si sente di merda? Eh, ma scusa, questa è un’ex acciaieria rivalutata. Rivalutatela facendo acciaio allora, non con concerti inascoltabili.
Ma torniamo al problema del tempo in Marocco. Sembra che appartenga al passato non solo nella medina, ma anche nelle zone rurali. Basta pensare alle donne che ancora lavano i panni al fiume oppure a luoghi come Ait Ben Haddou, uno ksar, fortezza lungo le piste carovaniere interamente costruita con paglia e fango. Da più di mille anni subisce rimaneggiamenti periodici proprio a causa dei materiali usati.
Basta che piova per qualche giorno di fila e le costruzioni cominciano a sgretolarsi.

Quando ho visitato la fortezza, si stava allestendo un set cinematografico. Già, perché Ait Ben Haddou viene spesso scelta come location per film di ambientazione storica, a tema arabeggiante o desertico a seconda dei casi. Sono passati da queste parti non solo Cleopatra e Lawrence d’Arabia, ma anche Indiana Jones, Alexander e il Gladiatore.

Questa volta, però, non si tratta certo di un kolossal. Lo capisco dal discorso di una ragazza romana che lavora sul set. Si sta lamentando dei tagli al personale operati all’ultimo momento dal produttore. “Hanno detto a sessanta persone di tornarsene a casa. Allora sai che ti dico? Sto’ film, anziché Tutankamon, lo dovevano intitolare Vaffanculo!
Stereotipi sugli italiani. Prendo spunto per immaginare altri titoli adatti a questa location e, girovagando, perdo il senso del tempo. Arrivo in ritardo al punto d’incontro con l’autista del bus che ci ha portati lì.

È come se, in Marocco, certi luoghi combattessero il tempo, la medina tenendolo fuori dalle mura, il deserto confondendolo, disorientandolo. Questo l’ho scoperto qualche giorno dopo. Il Sahara non dà punti di riferimento temporali. C’è solo il movimento del sole, proprio quello che non arriva nella medina. Però anche nel deserto è difficile da cogliere. Si è mosso il sole oppure mi sono mosso io? Forse è stata la duna a muoversi. In modo diverso, in Marocco ho vissuto molte situazioni che sembrano contrastare lo scorrere del tempo, o comunque la sua percezione.
A volte corre, a volte sembra fermo, altre volte è del tutto incomprensibile. Soprattutto, ho avuto spesso la sensazione che il tempo abbia scarsa importanza. Gli si dà peso fino a un certo punto.
Ed ecco la questione dell’orario. Cado di nuovo nello stereotipo, quello sul fatto che nei paesi caldi si vive con calma, senza stress, e se un treno è in ritardo chi se ne frega. No, in Marocco il problema è tutt’altro. Ci si sveglia una mattina e il telefono non segna l’ora giusta. È un’ora indietro. Che si sia passati all’ora legale? Non si direbbe. Il bus delle tre e un quarto è partito alle tre e un quarto, anche se il telefono segna le due e un quarto. L’orologio della stazione e anche quello del bar sono ancora avanti di un’ora. Magari l’autista del bus e tutti quanti i passeggeri hanno scordato di cambiare l’ora.

Lasciamo l’auto noleggiata nel posteggio dell’aeroporto: il ticket segna le nove di sera, l’orologio dell’aeroporto segna le dieci. Mentre mangiamo a uno dei banchi in piazza Jemaa El Fna, chiacchieriamo con Khaled. Il suo orologio segna le undici, quello del tizio seduto vicino a lui mezzanotte.
Khaled afferma che il suo orologio è una patacca, ma non è questo il punto. La sera prima di ripartire per l’Italia, chiedo a quelli del riad di prenotare un taxi per il mattino seguente alle sette. Quando scendo, il receptionist mi guarda stralunato.
“Ma sono le cinque!”
“No, sono le sette.”
Lui guarda il suo telefono, poi l’orologio alla parete.
“È vero. Sono le sette.”
Fa spallucce e si mette a ridere. Questo è il punto. Il tempo in Marocco è confuso, difficile da percepire. A volte corre, a volte è fermo. Ma chi se ne frega. L’importante è non perdere l’aereo.

Testo: Fabrizio Di Fiore
Immagine: Bernardo Anichini

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