UMID(O)
Una rubrica a cura di Martina Marasco presenta:

PINAKOTHEK

In realtà li stiamo spiando.
Andrea mi disse così la prima volta che mi rivolse la parola. In gita scolastica, davanti al torso di un centauro. Lo fissava in silenzio, le mani dietro la schiena per essere certo di non toccarlo.
A loro piace. Ti lasciano fare.
Ha sempre avuto l’occhio assoluto, Andrea. Uno sguardo eletto e raffinato immerso in due pupille incavate e profonde come laghi artificiali. Avevano pure una diga nel mezzo, quel naso spartiacque che non permetteva mai all’occhio sinistro di sbirciare ciò che vedeva il destro. E questo gli permetteva di cogliere le ambiguità di cui parlava, quando osservava le cose.
“Lo vedi? Si muovono. Questo si contorce – in quel momento realizzai che teneva le mani dietro la schiena per emulare il torso del centauro privo di braccia e di gambe – gli hanno legato le mani. Guarda come suda”.
“Non ce le ha le mani.”
Io non vedevo mai quello che vedeva lui, soprattutto in quel museo, dove mi limitai a fissare senza guardare e a guardare senza vedere.
“È solo un pezzo di marmo rotto”, dissi.
Lui ruotò quegli occhi infossati su di me e non rispose. Chissà che ci vide, quando mi guardò. Che immagini sovrappose.
Io mi sentii piccola vicino a lui, ancora più piccola, ma non c’entrava niente con l’età.

“Andiamo a spiare i morti”, mi disse una volta, e mi portò al cimitero.
“Dici sempre spiare – pensai davanti a un angelo nudo – ma coi morti come funziona?”.
Accese una sigaretta.
“Le cose si spiano sempre la prima volta che le guardi.”
“Ma sono comunque morti.”
“La prima volta sono vivi.”
Io non capivo e lui se ne approfittava. Mi studiava con la mascella serrata che gli squadrava sempre gli angoli del viso, rendendo i suoi lineamenti più duri, e le sue labbra più severe.
“Appoggiati lì – disse – mettiti come sta lui” e io fissai quell’angelo seduto con la testa su un lato, disgustata dalla pietra sporca e lugubre. Il verde limaccioso del muschio sbavava sul bianco annerito delle lapidi, l’unica cosa veramente viva era una grossa ragnatela abitata da bozzoli di cibo cadaverico e ragni tanto ingordi quanto sottili.
“Sei serio?”
Ma Andrea non era un tipo che scherzava, e quando chiedeva qualcosa era sempre avido di attenzione,
ingordo anche lui, come quei ragni.
Mi appoggiai come l’angelo, con la testa inclinata, concedendomi alla polvere e allo sguardo doppio di Andrea che buttò la sigaretta per farsi più vicino. Mi sollevò la maglietta e slacciò il reggiseno. Le sue narici si dilatarono appena, lo sfiorai con le ciglia. Sentivo gli operai raschiare la vernice dal ferro di un cancello poco distante, ma non dissi niente. Era così preso che lo lasciai fare. Mi fece mordere l’orlo della maglietta per farmela tenere sollevata, poi indietreggiò e mi osservò da lontano. Il mio busto era nudo, come il torso di quell’angelo e io mi vergognai dei miei seni così piccoli, piatti come il petto di un bambino. Ma lui continuava a guardare. Allora quella polvere invece che violarmi mi accarezzò, sentivo la terra ruvida che si appiccicava tra le cosce, e mi piaceva. L’odore dell’erba secca si mischiava a quella umida, bagnata e viva, come ero io. Lui non si avvicinava, mi guardava soltanto, anzi mi spiava, come si spiano i morti, vivi, la prima volta che li guardi. Spiava quello che pensavo di lui, quello che desideravo mi facesse, con gli occhi sempre nudi, profondi e cupi occhi eletti che entravano e uscivano dal buco segreto dei miei pensieri. Più lo volevo, più mordevo la maglietta, tanto che la saliva iniziò a colarmi lungo i lati delle labbra. Succhiavo la stoffa, la impregnavo di fantasie, bevevo immaginando la sua bocca al posto del tessuto. Lui lo sapeva, ma non si avvicinava, e il mio primo bacio fu dato a un lembo di cotone, in posa come un angelo, dove la terra consumava i morti. Quando sbucarono i due operai, sputai la maglietta. Andrea mi guardò irritato, e mi lasciò lì da sola. Feci appena in tempo a tornare in piedi. Avevo ancora l’ombelico scoperto e il reggiseno slacciato, tenuto fermo dalle fibbie dello zaino. Uno dei due sorrise, l’altro mi guardò come se si aspettasse qualcosa. Forse avrei dovuto sentirmi offesa, eppure per un attimo restai con la bocca socchiusa, indugiando con lo sguardo verso di loro.
Ritrovai Andrea solo più tardi, davanti a un mausoleo. Guardava fisso le natiche tornite di un gigante riverso su una tomba, con la faccia incastonata nella pietra, una fiaccola stretta in mano e un braccio che cadeva giù.

Andrea non mi aveva mai presa per mano. Lui non toccava nessuno.
“Appena finisco la scuola lascio questo schifo di paese.”
“Perché?”
“Per questo schifo di persone.”
L’estate arrivò come un morto di fame intento a rovistare dentro ai buchi delle nostre giornate. Passavamo i pomeriggi fermi davanti alle cose ferme: il venditore di gessi, che tirava sassi ai piccioni perché cacavano sopra i suoi cristi redentori, con le braccia tese e spalancate in misericordiosi saluti romani; la signora della fontana, col ghigno di un bulldog, che se le aprivi l’acqua ti prendeva a parole; la saracinesca di un libraio morto, imbrattata di amori perduti, cazzi, svastiche e denti rimasti alle facce dell’ultima campagna elettorale.
“Pure io faccio schifo?”, gli chiedevo.
“Sì, perché non capisci niente. Tu non ti accorgi della differenza.”
“Che differenza?”
Era lui che aveva l’occhio assoluto. Non io. E questa cosa mi lasciava sempre in debito.

“Perché ti vuoi fermare? Chiamiamo qualcuno.”
“No. Devi guardare.”
“Ti prego, andiamocene, mi mette paura.”
“Ti deve fare schifo, non paura.”
Mi coprii la faccia con le mani, io non volevo guardare.
“Ti prego, non è normale.”
“Lo è, invece. Lo fanno tutti. Cosa credi che si fa ogni cazzo di giorno. Si guarda. Tutti guardano.”
“Tu sei malato!”
“Sono loro i malati. Quelle merde lì.”
“E non facciamo niente? Magari se chiamiamo qualcuno la smettono.”
“Quello non sta chiamando nessuno. E nemmeno quella lì. A nessuno frega un cazzo.”
“NEANCHE A TE!”, probabilmente urlai. Forse lo gridai piangendo, non lo so. Andrea scavò da qualche parte con lo sguardo, oltre le mie mani sul viso.
Allora si incamminò verso di loro. Fischiò per farli voltare e lanciò una moneta come si lancia una palla ai cani. Non so perché lo fece, perché si fece picchiare anche lui. Vidi solo che uno di loro lo prese a calci, un altro lo insultò, e un terzo corse a raccogliere la monetina.

“Quando un giorno perderò la testa, tu trovala e portala qui.”
“Perché mai dovresti perdere la testa?”
Mi aveva fatto comprare dei guanti arancioni e mi aveva detto di raggiungerlo lì, dietro alla stazione. Fissava una grande porzione di muro, come se ci vedesse chissà che. Poi prese uno dei guanti e lo inchiodò alla parete.
“Metti la palla lì. A sinistra.”
Avevo fregato una palla verde, come mi aveva chiesto lui, a mio fratello piccolo.
“Perché siamo venuti qui? Per appendere un guanto?”
In quel punto della stazione non c’era mai nessuno. Sgombro di palazzi, c’era solo un edificio che sorgeva sopra un porticato di cemento. Un uomo se ne stava affacciato sul balcone e fumava.
Andrea gli lanciò un’occhiata.
“Sai cos’è un orgasmo?”
Ricordo di aver annuito, di aver fissato la palla verde e di aver sentito passare un treno.
“Un orgasmo è come un oracolo”, disse.
Non domandai, era inutile. Lui si avvicinò.
Appoggiò lievemente le sue labbra sulle mie, come un bacio della buonanotte in pieno giorno, casto e gentile, poi alzò il mento e mi indicò quell’uomo sul balcone.
Il giorno iniziava o finiva, non ricordo. Il cielo dietro i palazzi era bruno, i muri dorati dal sole basso, e dietro ogni singola cosa strisciavano ombre sottili, lame che tagliavano il mio corpo in piccoli pezzi di buio. Ero certa che la mia testa rotolasse come quella palla verde, ruzzolasse staccata dal collo, alla ricerca della sua, persa già da qualche parte. La testa girava, o forse era il mondo, non tutti e due insieme, comunque. L’occhio assoluto di Andrea mi osservò mentre mi muovevo strofinandomi al muro, inchiodata come il guanto, con le dita che rovistavano nella mia carne di pietra, scavavano per disseppellire voglie, capricci. Più in alto, sul balcone, quell’uomo si masturbava. Mi guardava godere per la prima volta. Spiava la mia lapide di bambina, e io ebbi la certezza di non voler morire. Quello fu l’oracolo, un piacere appartato, indipendente, libero, tutto mio. Andrea non era dentro tutto questo, lui era fuori. Fuori dal mio corpo, fuori da sé.

“Le lamprede mangiano nello stesso identico modo.”
C’era una donna, vestita di giallo, che masticava un bignè farcito di crema al pistacchio. Ci si era attaccata prima con i denti, succhiando la crema con la lingua.
“Ho fame anch’io”, dissi.
Andrea raccoglieva i bicchieri. Quando faceva catering mi lasciava imbucare ai matrimoni.
“Quella non è fame. Alla fame basta meno.”
Una volta mi costrinse a guardare un povero vecchio che rovistava nei cassonetti. Che cosa provi?, mi chiese.
“Per vomitare questo cibo pagheranno cifre spropositate.”
“Si stanno solo divertendo. Che male c’è?”
Mi guardò serio, mi prese per mano e mi tirò via. Mi trascinò in un salottino appartato, con le finestre enormi e le pareti addobbate. C’erano quadri ovunque, vecchi e maestosi, per lo più a tema conviviale.
“Perché ti fanno così schifo?”, gli domandai.
Lui non rispose, si stravaccò su una poltrona e tenne lo sguardo fisso sul muro.
“In questi dipinti mancano le bocche spalancate. State mangiando, cazzo. Aprite quelle bocche di merda.”
“Ma poi resterebbero aperte per sempre. Non farebbero paura?”
Per la prima volta lo sorpresi a sorridere.
Si avvicinò, abbandonò la testa sul mio ventre, se non lo avessi scosso forse si sarebbe addormentato. Gli accarezzai la nuca, lui mugolò qualcosa, sentivo la stoffa che si inumidiva di goccioline tiepide.
Poi alzò il viso e con la mano abbassò la bretella del vestito scoprendomi uno dei due seni. Si attaccò come un bambino e iniziò a succhiare, prima piano poi energicamente. C’era qualcuno dietro la porta, sentivo il via vai degli invitati, il rumore dei tacchi, il vetro dei bicchieri. Il ticchettio dell’orologio suonava metallico come se tintinnasse. Le lancette divennero forchettine da dessert.
Che fai?, volevo dirgli, ma lo lasciavo fare. Lo scrutavo con la premura di una madre, ma sollevavo l’inguine sperando che mi toccasse. Lo cercavo, lo volevo. Forse lo sfamavo.
Pensai a quel povero vecchio che rovistava nei bidoni.
Che cosa provi?
Andrea continuava a succhiare. Cercai col pollice l’elastico delle sue mutande.
Che cosa provi?
La punta delle mie dita sfiorarono la sua carne ancora tenera.
Continuai a pensare a quel morto di fame, ai rumori dietro la porta, alle lacrime di Andrea, alla voglia che avevo. Lo strinsi forte.
Poi entrò la sposa. Aveva delle buste in mano e ci guardò con occhi pieni di sgomento. Vidi la sua bocca spalancata rimanere eterna. Per un momento provai un infinito senso di potenza. Sarebbe stata appesa su quel muro, anche lei. Scostai Andrea quando quella cominciò a urlare. Ci sollevammo scalzi e scappammo fuori. Avevo ancora un seno scoperto, i piedi nudi, ma correvamo forte, con i capelli al vento e le braccia sollevate in alto, legate tra noi.
Che cosa provi?
Vergogna
, volevo dirgli, guardando quel poveraccio, pudore disperato. Non come questo. Vero.
Strinsi la mano di Andrea. La gente non capiva. Io non sentivo nulla del freddo dei mattoni, dei sassi o dell’asfalto. Sentivo solo ridere dalla mia bocca e dalla sua, due esseri leggeri, ridere tanto, come mai prima.

ombretta tavano

Volevo chiedere ad Andrea cosa di preciso lo affliggesse. Avrei voluto che si confidasse di più con me, ma mi facevo bastare quel modo tutto suo di farmi capire come stava. Potevo, in fondo, arrivarci anche da sola. Eppure non ho mai capito se quello che accadde quel giovedì pomeriggio facesse parte di un disegno tutto suo. Se avesse voluto che lo spiassi già quando mi insegnò a spiare le statue e i morti.
Mi aveva dato appuntamento all’ingresso della pinacoteca verso le tre. Lo aspettai fino alle quattro. Alla fine entrai da sola. Feci un giro, salii e scesi le scale due volte. C’era una stanza, oltre una tenda rossa, dietro una porta socchiusa. Sgombra, disordinata, la polvere svolazzava come se mi chiedesse di seguirla. Un paio di cornici erano appoggiate per terra, in pendenza contro il muro. Mi piegai per sbirciare se ci fosse qualche tela ma vidi solo il triangolo vuoto disegnato da quella pendenza. E in quel triangolo vidi qualcosa. Quattro gambe.
Si vedevano appena, distese per terra, perfettamente allineate al pavimento. Nude, muscolose, maschili, umane. Sì, erano umane, si avvinghiavano tra loro. Allungai il collo e con quello lo sguardo. Due coppie di natiche, due sode e irsute, le altre tenere e glabre. Non si vedevano le teste. Vidi la carne, una fiaccola scura e prepotente, farsi spazio sulla pelle pallida e arrossata, schiudendola fino a entrare. E spingeva. I piedi si accartocciavano, le mani si fondevano, le dita pungevano la carne, bianca e dura, come il marmo di Proserpina. Piansi sottovoce. Era lì che finivano i pezzi rotti? Così si rimettevano insieme? Così si restauravano i corpi antichi? Scolpendone di nuovi? Vedevo i loro torsi modellati dalla pietra, i fianchi asciutti, le braccia scheggiate e prese in prestito a una Venere prodiga di pulsioni ma anche di dolcezza. Non saprei descrivere l’eccitazione che provai, godevo in debito all’impotenza, ma forse era solo meraviglia. Una mano chiara e sottile afferrò quella fiaccola e la agitò fino ad accenderla in tante piccole scintille bianche. Conoscevo quella mano. Andrea soffocava i gemiti e io guardavo. Si era già accorto di me? Guardò per un attimo la mia sagoma proiettata da un’ombra oltre la soglia, fissa e immobile. Allora cambiò posizione, scavalcò l’altro uomo e lasciò che lo guardassi trionfare. Ed era bello, potente e libero, tra le gambe sincero, così luminoso e limpido e forse persino dolce da succhiare.

Me lo immagino ancora così, da qualche parte, come un dio, in mostra su un piedistallo, nella sala nascosta di qualche cimitero monumentale, pinacoteca per i miseri, come diceva lui.
Finita la scuola, mantenne la promessa. Lasciò questo schifo di paese per vivere da qualche parte tra Londra e Berlino. Ma non riuscì a liberarsi di questo schifo di persone.
Ricordo ancora la notizia sul giornale.
Lo avevano trovato riverso su un marciapiede, pestato a sangue, con la faccia ormai un tutt’uno col cemento, una fiaccola stretta in mano e un braccio che cadeva giù.

Testo Lucia Perrucci
Illustrazioni Ombretta Tavano

3 Thoughts to “Pinakothek”

  1. Molto bello. Davvero.
    Se ne potrebbe parlare tanto.
    Non capisco perché nessuno commenta mai quando ci sono dei testi che meritano come questo (e come spesso ci sono su questo sito). Non so quanta visibilità abbiano questi testi, temo non quanta ne meriterebbero. Spero che almeno la gente li legga e devo ammettere che sarebbe bello un giorno venire a sapere che qualcuno passato da qua sia poi arrivato a “livelli più alti”

    1. Grazie per le tue parole.
      In realtà, sono diversi gli autori che in questi anni sono arrivati alla pubblicazione con editori. Per fare alcuni nomi: Michele Orti Manara, Simone Lisi, Davide Coltri, Luca Mercadante, senza contare i moltissimi illustratori e gli autori già affermati che si sono prestati per la causa.
      Il merito non è certo nostro, ma è comunque un buon segno: per quanto la diffusione delle riviste online sia tutto sommato limitata, alcune cose, per fortuna, arrivano ai giusti lettori.

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