sorella minore

Anni dopo, telefonava ancora a sua sorella nella speranza di capire cosa fosse successo. Ancora non l’aveva capito, ma sua sorella, la maggiore, non sapeva come aiutarla. Sua sorella se n’era dimenticata del tutto, o se ne sarebbe dimenticata, se lei non gliel’avesse costantemente ricordato. Ogni volta che le telefonava, ogni volta che rievocava l’incidente, la minore immaginava sua sorella che si premeva la mano sulla fronte nell’attesa che dicesse tutto quello che doveva dire, così che la maggiore, l’unica delle due con una famiglia tutta sua, potesse cortesemente evitare quelle domande e tornare a vivere la sua vita.

La sorella maggiore era sempre riuscita a farlo, schivare con agilità tutto ciò che le capitava per poter semplicemente andare avanti con la propria vita. Per anni, la sorella minore le aveva invidiato questa capacità, osservando da sempre più lontano come sua sorella superasse con disinvoltura quegli stessi eventi dai quali lei veniva invece colpita in pieno, fino a uscirne quasi distrutta. La minore ne usciva sempre quasi distrutta, e poi doveva passare mesi a rimettere disperatamente insieme i pezzi, così che, quando fosse stata nuovamente colpita in pieno, ne sarebbe uscita soltanto quasi distrutta e non completamente e totalmente distrutta.
Come aveva detto una volta sua madre, la sorella minore sentiva le cose più intensamente di chiunque altro. Al tempo, ancora molto giovane, aveva pensato che fosse un segno di superiorità emotiva, ma più tardi riuscì a vederlo per ciò che realmente era: un serio difetto che le impediva di vivere la sua vita. Infatti, man mano che raggiungeva l’adolescenza e poi l’età adulta, la minore si rendeva conto che le persone che sentivano le cose intensamente quanto lei di solito finivano internate o morte.
Questa consapevolezza derivava in parte dal fatto che suo padre era appartenuto alla prima categoria (internato) e sua madre alla seconda (morta suicida), altri due fatti che la sorella maggiore, scivolando sulle cose della vita senza sforzo e, francamente, senza pietà, aveva evitato.
Infatti, mentre lei si rendeva conto, con crescente orrore, di essere inevitabilmente sia figlia di suo padre che di sua madre, la sorella maggiore era riuscita a formare una famiglia tutta sua. Era come se sua sorella fosse appartenuta a un’altra famiglia. La minore non avrebbe mai potuto formare una sua famiglia, non perché fosse irresponsabile, come dicevano tutti, ma perché sapeva che l’avrebbe portata un passo più vicino a fare la fine di sua madre e di suo padre. Non era irresponsabile, è solo che la terrorizzava l’idea di diventare matta o morta.

L’incidente era avvenuto quando i genitori c’erano ancora, prima che diventassero, nel caso della madre, morta, e, nel caso del padre, matto. Col senno di poi, bisognava ammettere che c’erano stati dei segnali che qualcosa non andava nei loro genitori, segnali che sua sorella maggiore doveva aver assorbito ed elaborato con calma nel corso del tempo, e che invece la minore era stata costretta a elaborare troppo tardi e tutti insieme.
L’incidente, secondo la minore, aveva dato inizio al processo di dissoluzione della sua vita. Anche anni dopo, continuava a credere che, se solo fosse riuscita a comprendere esattamente cos’era successo, e cosa significava, allora avrebbe visto cos’era andato storto e avrebbe potuto rimediare, avrebbe potuto, come la maggiore, attutire le sue emozioni, iniziare a sentire meno e, infine, magari non sentire proprio niente. Una volta che non avesse più sentito niente, pensava, pur sapendo bene quanto sembrasse folle, avrebbe potuto finalmente avere una vita felice.
Ma la sorella maggiore non poteva capire. Per lei, quello che la minore chiamava l’incidente, non era niente – meno di niente, a dire il vero.
Come sempre, ascoltava pazientemente all’altro capo del filo mentre la minore poneva sempre le stesse domande.
“Ti ricordi la volta che siamo rimaste intrappolate in casa?”, era la prima, alla quale seguiva una lunga pausa durante la quale la maggiore (o così credeva la minore) si preparava ad affrontare ancora una volta l’argomento.
“Non eravamo proprio intrappolate – rispondeva quasi sempre la maggiore – Non c’è bisogno di esagerare”.
Ma non era così che lo ricordava la minore. Lei ricordava che erano intrappolate. Anzi, la parola intrappolate non le sembrava abbastanza forte. Ma la sorella maggiore, come sempre, credeva di avere il compito di calmarla. La minore faceva un’osservazione e la maggiore la correggeva, l’attenuava, la smussava. E tutto ciò, doveva ammettere la minore, la calmava davvero, la faceva davvero sentire meglio, temporaneamente, le faceva davvero pensare, Forse non è stato così brutto come lo ricordo. Ma a lungo termine l’effetto non era quello di calmarla, bensì quello di farla sentire pazza, come se ricordasse cose che non erano effettivamente mai accadute. Ma se non erano accadute nel modo in cui le ricordava, perché allora era ancora sconvolta più di vent’anni dopo? E finché sua sorella continuava a calmarla, come avrebbe mai potuto smettere di sentirsi sconvolta?

No, non aveva bisogno che sua sorella la calmasse, che sua sorella le dicesse, fin dal principio, che non c’era bisogno di esagerare. Ma non riusciva a trovare il modo di dirlo a sua sorella, non perché sua sorella fosse irragionevole, ma perché era fin troppo ragionevole. Comprendeva il mondo in una maniera tanto razionale da privarlo di tutto il suo potere. Sua sorella non poteva capire l’effetto che l’incidente aveva avuto su di lei perché lei, la maggiore, non aveva permesso che avesse alcun effetto su di lei.
Tanto per cominciare, sua sorella maggiore non riusciva nemmeno a capacitarsi del perché la minore considerasse l’incidente il momento più importante e più devastante della sua intera vita. Per lei l’incidente non era stato nulla. Com’era possibile, voleva sapere la maggiore, che per lei l’incidente fosse stato più nocivo del suicidio della madre e del collasso mentale del padre? Non aveva alcun senso. Be’, sì, ammetteva la minore, non aveva alcun senso, eppure lei si sentiva ancora guasta dall’episodio, ancora distrutta. Se solo potessi capire cos’è successo esattamente, ripeteva alla sorella, capirei che cos’ho sbagliato.
“Ma non è successo niente – diceva la maggiore – Niente. È tutto qui”.
E quello era il problema. Le sorelle avevano recitato gli stessi ruoli per talmente tanti anni che non sapevano come smettere. Rispondersi in maniera diversa era impossibile. Ogni conversazione era già stata scritta con anni di anticipo, e quando aveva luogo, la minore doveva pensarsi come quella irresponsabile e la maggiore doveva essere una presenza calmante. Non arrivavano da nessuna parte, il che significava che lei, la sorella minore, non arrivava da nessuna parte, che stava ancora cercando di capire cosa fosse successo, se era successo, e cosa potesse fare per liberarsene, ammesso che ci fosse un modo.

Quello che lei credeva fosse accaduto – il modo in cui lo ricordava quando sola, la sera tardi, stava sdraiata sul letto dopo un’altra conversazione con sua sorella – era questo: la madre era sparita a un certo punto della notte.
Il perché, di preciso, la minore non lo sapeva. Nei suoi ricordi, il padre sembrava spaventato; aveva portato la madre da qualche parte durante la notte e l’aveva lasciata lì, ma al loro risveglio si era fatto trovare seduto sul divano, ad aspettarle. Non aveva né dormito né si era lavato; gli occhi erano arrossati e non si era fatto la barba. Per qualche motivo, ricordava, sua sorella non le era sembrata sorpresa. Se fosse perché la sorella effettivamente non era sorpresa o se, essendo quella calma delle due, non poteva mostrarsi mai sorpresa, la minore non avrebbe saputo dirlo.
Ricordava che il padre ribadiva che andava tutto bene, al contempo ribadendo che doveva andarsene subito. Le cose, la sorella minore ne era certa, non andavano affatto bene: perché di preciso, non lo seppe mai per certo.
Sicuramente qualcosa di legato alla madre, forse solo il suo impulso suicida che iniziava a manifestarsi – benché la sorella maggiore sostenesse che no, doveva essere stata un’inezia, una semplice lite coniugale che aveva portato la madre a stare temporaneamente dalla sua, di madre. E l’unico motivo per cui il padre doveva andare, insisteva la maggiore, era per andare al lavoro. Aveva una riunione che l’aveva costretto a lasciarle sole, anche se forse erano ancora troppo piccole – persino la maggiore doveva ammetterlo – per essere lasciate sole.
La sorella maggiore sosteneva anche che il padre si fosse lavato e che sembrava riposato e che non era affatto spaventato. Ma questa, la minore ne era certa, era una bugia, era solo un tentativo di calmarla.
No, il padre aveva un aspetto orribile, era terrorizzato e persino nel panico, non stava esagerando, proprio per niente. Tu mi vuoi bene? La minore a volte doveva chiedere al telefono. Tu mi vuoi bene? Diceva. Allora smettila di farmi sentire pazza e ascoltami.

Così c’era suo padre, nella sua testa, riposato e insonne al tempo stesso, pulito e madido di sudore. Doveva andare, aveva spiegato loro. Gli dispiaceva ma doveva andare. Ma andava tutto bene, insisteva. Aveva impostato il timer dei fornelli per l’ora in cui sarebbero dovute andare a scuola. Non appena il timer avesse suonato, loro sarebbero dovute andare a scuola. Era chiaro? Sì, risposero le bambine, era chiaro.
“E un’altra cosa – disse il padre, la mano che già si allungava verso la maniglia – Non aprite la porta per nessuna ragione al mondo. Non aprite la porta a nessuno”.

E dopo? Secondo la maggiore, niente di che. Il padre era uscito. Le sorelle avevano giocato insieme finché il timer aveva suonato, e dopo avevano aperto la porta ed erano andate a scuola.
Ma non era questo ciò che ricordava la minore. Innanzitutto, e soprattutto, c’era la stranezza di essere lasciate da sole in casa per la prima volta. C’era un senso di vertigine in ciò, la sensazione di aver varcato i confini del mondo conosciuto, una sensazione che la minore non avrebbe mai dimenticato. Una sensazione che dava l’impressione che non fossero i minuti, a passare, ma le ore.
“Ma è stata questione di pochi minuti”, insisteva la maggiore.
“Come ore – diceva la minore – Non ore vere, ma come ore”.
Va bene, ammetteva, non ore vere — anche se sapeva che, a pensarci bene, le ore vere non esistevano proprio, non davvero.
Ma in ogni caso, aveva già perso sua sorella maggiore, aveva di nuovo raggiunto in fretta il punto in cui non poteva più contare sul suo aiuto per capire cosa fosse esattamente successo. Ma continuò a parlare in ogni caso, perché cosa poteva fare se non continuare, una volta che aveva già iniziato a parlare?
Il punto è che il tempo aveva rallentato per la minore e non aveva mai davvero ripreso velocità. C’era la vertigine e la sensazione che potesse accadere qualsiasi cosa, davvero qualsiasi cosa. C’erano due sole regole: il mondo sarebbe finito quando suonava il timer, e per nessuna ragione avrebbero dovuto aprire la porta. Ma entro quelle due coordinate, poteva accadere qualsiasi cosa.

A che cosa giocavano? Alle stesse cose a cui avevano sempre giocato, ma anche i giochi erano diversi, così come le bambine, da sole, erano diventate diverse. La sorella maggiore, come sempre, si adattava a quello che voleva fare la minore, scendendo al suo livello per giocare insieme, eppure questa volta sembrava che potesse accadere qualsiasi cosa.
I piccoli cavalli giocattolo con cui giocavano osavano fare cose che non avevano mai fatto prima, galoppando per tutta la camera dei genitori, dove si riunirono e consultarono e infine escogitarono uno stratagemma per sconfiggere l’orso di plastica che, una volta battuto, venne scaricato nel gabinetto e mai più rinvenuto. Le bambine guardavano con le facce sudate e le guance arrossate l’orso che svaniva: poteva accadere qualsiasi cosa. La minore si issò sul piano del bagno, aprì il pensile e usò il rossetto della madre sulle sue stesse labbra, cosa che non aveva mai avuto il permesso di fare, e poi usò il rossetto per disegnare strisce rosse sui fianchi dei cavalli, insanguinati dove l’orso li aveva feriti in battaglia. Il cavallo più ferito zoppicò lentamente finché non trovò una grotta in cui nascondersi. Ci si stese all’interno e sperò che il buio e la frescura lo aiutassero a riprendersi o lo uccidessero. All’inizio la caverna era semplicemente lo spazio sotto al divano, ma il cavallo non si stava riprendendo, così la minore se l’era messo sotto l’ascella dichiarando che quella era la grotta e tenendosi il braccio stretto al busto. Dopo, quando lo tirò fuori, il sangue era rimasto dentro la caverna, così il cavallo era miracolosamente guarito e poteva tornare insieme al branco.
“Non si dice branco – la maggiore diceva al telefono – Si dice mandria”.
Ma la minore sapeva che lo avevano chiamato branco, che sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa e che anche il branco ne faceva parte. Al tempo già sapevano che era una mandria, ma lo chiamavano branco, e lo dicevano sbagliato apposta. Stavano costruendo un mondo intero intorno a loro, pieno di cose insieme più vivide e più scivolose di quanto potesse offrire il mondo reale. Solo perché sua sorella maggiore non se lo ricordava, non voleva dire che non fosse accaduto.
E le sorelle erano diventate anche loro cavalli, si erano unite al branco – non ricordava?
Avevano preso gli elastici più grandi che erano riuscite a trovare e se li erano sistemati dalla bocca alla nuca, alla stregua di briglie. Avevano recuperato vecchie buste di plastica del pane che la madre aveva conservato, ne avevano riempito il fondo con tovaglioli di carta e se le erano legate alle gambe con altri elastici, poi si erano infilate le scarpe sulle mani. E d’un tratto non era stato più solo un gioco: stava accadendo qualcosa che non era mai accaduto prima. Non ricordava?
Era estatico e folle, come se stessero fuggendo dai propri corpi — la cosa più simile a un’esperienza religiosa che la sorella minore avesse mai vissuto, e l’aveva vissuta a soli sei anni. E poi, d’un tratto, era andato tutto storto.

Avevano sentito suonare il timer ed erano corse a spegnerlo ma indossavano ancora le scarpe sulle mani e nessuna delle due voleva togliersi le scarpe, così avevano provato a fermare il timer bloccandone lo stantuffo tra le due scarpe e girandolo, ma lo stantuffo del timer era vecchio e troppo liscio per girare in quel modo. Così mentre il timer continuava a suonare, la minore aveva nitrito alla maggiore e insieme avevano galoppato verso il tavolo della sala da pranzo e avevano preso una sedia, tenendola in due con i loro zoccoli, poi l’avevano portata ai fornelli. La minore si issò sulla sedia e si chinò sui fornelli, sentendo lo smalto caldo in un punto per via della fiamma pilota, e spense il timer con i denti, girando la testa.
Quello era, la minore lo sapeva, il segno che il mondo era finito, che si era tutto concluso, che adesso dovevano andare a scuola. Solo che non era la fine, perché appena si spense il timer, suonò il campanello della porta. Il trillo le paralizzò entrambe e loro restarono lì, buste del pane sui piedi e scarpe sulle mani, molto ferme e molto silenziose. Non dovevano aprire la porta, il padre era stato molto chiaro su questa cosa. Ma dovevano anche andare a scuola. Come facevi ad andare a scuola quando c’era qualcuno fuori dalla porta che suonava il campanello e cercava di entrare?
Mia sorella saprà cosa fare, aveva pensato la sorella minore.
Ma la sorella maggiore se ne stava lì senza fare niente. Il campanello suonò di nuovo, e loro ancora aspettarono, la minore che si sfregava nervosamente gli zoccoli.
Aspettarono che il campanello suonasse una terza volta. Ma quando non successe, la maggiore le si accostò e disse Dai. Ma avevano fatto solo un paio di passi quando udirono non uno scampanellio ma un forte, chiaro pugno sulla porta: quattro colpi potenti, equamente distanziati tra loro. E quello le pietrificò come se qualcuno avesse tirato forte le loro briglie.

Era andata avanti così per ore – o quantomeno per quelle che erano sembrate ore. Le sue mani stavano iniziando a sudare nelle scarpe.
Ai suoi piedi, nelle buste del pane, andava molto, molto peggio, i tovaglioli sul fondo delle buste ormai umidi. Anche la bocca le doleva agli angoli per via dell’elastico. La sorella maggiore fece qualche passo e lei, non sapendo cos’altro fare, la seguì. Vide che la maggiore si era tolta le scarpe dalle mani senza che lei lo notasse, si era tolta l’elastico dalla bocca e adesso strisciava lentamente oltre la porta. La minore la seguì cercando di non guardare la finestra coperta dalla tenda accanto alla porta, cercando di non vedere l’ombra della cosa che stava dall’altra parte, ma vedendo abbastanza per sapere che, qualunque cosa fosse, era grossa, e vedendo anche la porta che tremava quando si udì di nuovo bussare.
In camera loro, la maggiore la aiutò a togliersi le scarpe. Le aveva indossate così a lungo che era come se ce le avesse ancora addosso anche dopo che le aveva tolte. Le briglie di elastico si erano impigliate nei capelli, così che la sorella aveva dovuto tagliarle con le forbici, cosa che fece scattare la briglia lasciandole una striscia arrossata sullo zigomo che la fece quasi piangere. Gli elastici che attaccavano le buste di plastica alle gambe le avevano lasciato solchi viola sui polpacci, e aveva i piedi caldi e bagnati e pruriginosi. Se li asciugò con un asciugamano e indossò le scarpe mentre la sorella maggiore si issava su uno sgabello accanto alla finestra della camera da letto e cercava di guardare fuori.
“È ancora lì”, disse.
“Che cos’è?”, chiese la minore.
“Non lo so – disse la maggiore – Chi è, vuoi dire”.
Ma la minore non voleva dire chi è, ma che cos’è. Voleva arrampicarsi sullo sgabello accanto alla sorella e guardare anche lei, ma aveva troppa paura.
“Che cosa facciamo?”, chiese.
“Cosa facciamo? – disse sua sorella – Giochiamo finché non se ne va”.
Così avevano cominciato di nuovo, di nuovo con i cavalli di plastica, solo questa volta era una negazione lenta di tutto ciò che era accaduto prima. Prima era stato come se potesse accadere qualsiasi cosa; ora la sorella minore non riusciva a pensare ad altro, al fatto che erano intrappolate in casa, che non potevano andarsene, che dovevano andarsene ma non potevano. I cavalli erano solo giocattoli adesso, non potevano più muovere le gambe di plastica, stavano semplicemente immobili mentre venivano spostati senza logica sul pavimento. L’orso se n’era andato per sempre e lei e sua sorella non erano più cavalli, solo due bambine intrappolate. Era tutto sbagliato. Erano intrappolate e lei sapeva che sarebbero rimaste intrappolate per sempre.
La minore continuava a provare a giocare, ma l’unica cosa che riusciva a fare era piangere.
La maggiore la consolava, dicendole che andava tutto bene, ma dal modo in cui lo diceva era ovvio che non andava bene per niente. Era tutto un incubo.
“Che è?”, chiese di nuovo.
“Non sarà neanche più lì – disse la maggiore – Scommetto che tra poco possiamo andarcene”.

E, a dire il vero, fu probabilmente poco dopo, anche se non sembrò poco alla minore, che la sorella maggiore tornò in camera da letto, si issò di nuovo sullo sgabello, guardò fuori e disse che adesso c’era via libera e che andava tutto bene, e questa volta sembrava che ci credesse davvero. Presero i loro libri e i loro pranzi al sacco e aprirono la porta d’ingresso e corsero fuori. La strada sembrava deserta. La maggiore, che odiava fare tardi, la fece correre verso la scuola, e la minore entrò in classe ancora prima che la signora Clark avesse finito l’appello. Se la guardavi da quel punto di vista, era passato davvero poco tempo. Se la guardavi da quel punto di vista, come aveva fatto sua sorella, in realtà non era accaduto proprio niente.
Ma da quel momento in poi, la minore non sarebbe più stata interamente se stessa. Una parte di lei stava ancora indossando le scarpe sulle mani e un elastico in bocca ed era da qualche parte, coi fianchi insanguinati, a cercare il suo branco. E una parte di lei era ancora lì, immobile, intrappolata nella casa, ad aspettare che la porta tremasse. Anni dopo, stava ancora cercando di capire come recuperare quelle parti di sé stessa. E con ciò che le era rimasto di sé, non era in grado di fare praticamente niente.
“Quindi, cosa vuoi che faccia? – finalmente chiese sua sorella un giorno, la voce metallica al telefono – Rigiocare ai cavalli con te?”, e dopo rise nervosa.
E sì, per l’appunto, era proprio quello che voleva la minore. Magari avrebbe cambiato qualcosa, valeva la pena tentare, sì. Se sua sorella avesse fatto soltanto quello, magari qualcosa – qualsiasi cosa – sarebbe accaduta.
Ma dopo così tanti anni, dopo così tante telefonate a battere e ribattere gli stessi sentieri mentali, così tanti anni a recitare gli stessi ruoli, come avrebbe potuto chiederlo a sua sorella maggiore? Conosceva abbastanza il proprio ruolo da sapere che non sarebbe mai riuscita a chiedere una cosa del genere a sua sorella. Nemmeno in un milione di anni.

Testo Brian Evenson
Illustrazioni Liuba Gabriele
Traduzione dall’inglese Linda Farata

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