
Era seduta sul marciapiede: le gambe incrociate, i capelli che le cadevano intorno al viso bagnati dalla pioggia. Al centro della fronte una riga li separava in due metà simmetriche come le ali di un angelo. Poi, il sangue: imbrattava le sue mani, sgorgava dal suo grembo, quasi le avessero strappato il figlio che fino a poche settimane prima aveva custodito dentro di sé.
L’aveva perduto. Il cuore aveva ceduto, e di lì a poche ore l’aveva espulso in un bagno della stazione. L’aveva guardato affondare nell’acqua, poi aveva tirato lo sciacquone. Non aveva pianto. Non piangeva mai per i morti, solo per i vivi. Aveva perso la vita che custodiva, ma non tutta la roba che aveva trovato, raccolto, rubato nell’ultima ora. L’aveva presa e aveva pensato che sarebbe diventata ricca. Nel suo sogno a occhi aperti dimenticava un particolare: era una tossica, solo una tossica, e i tossici mentono soprattutto a sé stessi. Rideva, E., nonostante i colpi che aveva preso, e le brutte parole con cui l’avevano chiamata – la puttana, la pazza, l’incapace – di farsi, di farsi gli affari propri, persino l’incapace di diventare madre. Toccandosi la pancia e il leggero rigonfiamento della felpa sorrideva: là dentro non cresceva più la vita, ma erano ammassate decine di dosi pronte a essere consumate. Tra di esse, pensava, doveva esserci per forza quella giusta.
Il primo giro era sempre omaggio. Tra le 5:25 e le 6:35 di mattina, non un minuto prima, non un minuto dopo, il primo giro ai nuovi clienti lo offriva lui. Ogni mattina Il Biondo – che biondo non era, e proprio per questo nell’ambiente lo chiamavano tutti così, con reverenza – consegnava le buste ai suoi clienti, che le consumavano ancora a stomaco vuoto, prima di colazione, a dosaggi crescenti, giorno dopo giorno, come pillole di cortisone. C’era la coda, anche nelle ore successive, e tutti volevano la sua roba perché si vociferava che fosse la migliore sul mercato.
Così si era sparsa la voce che Il Biondo avesse roba buona, roba forte, così buona e così forte che alcuni finivano per rimanerci secchi, la siringa ancora tra le dita, il sorriso sulle labbra. Beati, come bambini nel grembo materno; accolti e ristorati come solo il caldo abbraccio dell’eroina può regalare. Non si raccontava mai di quelli che morivano con la bava che usciva dalla bocca, o soffocati nel proprio vomito. Di quelli che restavano con gli occhi spalancati, e le pupille a spillo, e la pelle blu come quella di un puffo. Di quelli che restavano sdraiati per ore, i piedi appena sporgenti dai sacchi dell’immondizia, e di cui solo un ladro di calzature avrebbe potuto constatare il decesso.
Il Biondo lavorava tutti i giorni dalle ore 5:25 alle 22:35, non un minuto in più, non un minuto in meno. Non aveva un vero e proprio giorno libero, semplicemente spariva di tanto in tanto, quando l’aria diventava pesante e si metteva male, così male che anche i clienti avevano paura a farsi vedere, e allora era inutile perseverare a lavorare se nessuno era disposto a comprare. C’erano giorni meno buoni, dove anche lui aveva la tentazione di sentirsi ancora piccolo e indifeso nell’abbraccio di una madre universale che non guardava nessuno in faccia. Quei giorni desiderava diventare come loro, per sentirsi ancora speciale, unico e protetto. In altre parole, un figlio della roba.
E. si era raggomitolata. Il dolore lancinante all’addome le ricordava le contrazioni del parto, del parto morto, che aveva comunque vissuto fino in fondo. Trattenneva un grido, calciando i piedi contro il marciapiede, mordendosi le mani per poi affondarle nei capelli. Adesso la riga centrale era imperfetta, con ciocche di capelli che si mescolavano da una parte all’altra, che avevano perduto la via, proprio come lei. Non sembravano più le ali chiare di un angelo, ma di una falena impazzita, frastagliata, sporca di sangue. La pioggia colava giù il rosso vivo, donando ai ciuffi decolorati una macabra sfumatura rosa. Se solo fosse riuscita a farsi…
Il Biondo preparava sempre le buste il giorno precedente allo smercio. Gli omaggi erano bustine piccole, una dose singola, chiusa con un adesivo con una grande faccina gialla sorridente.
Questo, almeno, per le consumazioni regolari. C’erano poi le special, di cui ovviamente non parlava, e che assegnava in modo pressoché casuale seguendo il principio per il quale non doveva guardare in faccia nessuno, ma solo le mani. Ormai riconosceva alcune dita, e alcune voci, e a qualcuna forse ormai voleva anche bene. Si scambiavano brevi convenevoli durante il passaggio dall’una all’altra. La maggior parte delle unghie erano sporche e troppo lunghe.
Alcune erano laccate in rosso o in fucsia, a seconda dei gusti. E poi c’erano quelli con le unghie mangiucchiate, quelli che avevano mani curate e i segni del buco dove la lamina sporgeva e si apriva all’infinito. Quelli si vedevano una volta o due al giorno, mai nell’orario degli omaggi.
Quelli dicevano di non essere tossici, ma di farsi per studiare meglio, o per provare a sopportare i mali del mondo. C’erano già dentro e non lo sapevano. Quando morivano, l’attenzione dei giornali era più pressante: parlavano di malore, e poi scoprivano la siringa. A volte saltava fuori anche la bustina, che però non era contrassegnata da alcunché, ma era chiusa soltanto da adesivo trasparente. Erano quelle le dosi special, in cui la roba era purissima, senza materiali di scarto a tagliarla. Quelle dosi potevano regalarti l’abbraccio più caldo o essere letali alla prima iniezione. Quando arrivavano a destinazione, le sirene delle ambulanze risuonavano in un canto, si spargeva la voce che la roba fosse stata presa dal Biondo, e che era proprio vero: il Biondo aveva sempre quella migliore.
E. si era trascinata, gomito dopo gomito, grattando la superficie ruvida del marciapiede. Al suo passaggio aveva raccolto cicche di sigarette e polvere, sassolini scappati dall’asfalto che si erano andati a incastonare nella sua carne viva. Piangeva, E., allungando una mano verso un passante ben vestito che la schivava senza guardarla, come avrebbe fatto con qualsiasi altro mendicante. Allora aveva fatto pressione, inarcando la schiena aveva portato le gambe in avanti e si era messa a sedere. Aveva vomitato il pranzo, e la colazione, e il sangue misto alla roba che le scorreva nelle vene, insieme a tutto il dolore che sentiva. Poi lo aveva visto, e aveva sorriso.
È che non tutte le mani erano identiche, Il Biondo l’aveva capito a caro prezzo. Una l’aveva graffiato, una volta, nell’avido desiderio di prendere in fretta la dose e tornare a sparire nella tana da dove era venuta. Quelle unghie erano naturali, corte, stranamente ben curate per una donna che, con ogni probabilità, viveva in strada insieme alle altre. Una volta aveva provato a intrecciare intorno a quelle dita le proprie, vergognandosene, sentendole sporche di sangue, anche se la pelle era candida, al massimo inzaccherata di carta: la carta dei soldi, delle ricevute dei pegni che i tossici gli lasciavano e che non riscattavano mai. La sua vita era piena di roba e di cose, eppure mancava d’altro.

E. aveva riso, di gusto. Aveva appena trovato un angolo buono dove accamparsi per la notte e poco le importava se non avrebbe visto la luce del giorno. Il suo unico, tremendo, terrore era quello di sentire ancora dolore. Le sembrava insopportabile, avrebbe pagato qualsiasi cifra per un po’ di ossicodone; si sarebbe accontentata anche di un po’ di codeina. Era assurdo, pensava, avere una felpa piena di roba e non avere la forza per spararsela in vena. E quel pensiero la divertiva, la canzonava come solo la vita canzona i musici e le muse, e lei nel suo passato era stata sia l’una che l’altra cosa. Suonava il basso in un gruppo, era l’unica donna, le giravano intorno un po’ tutti. I ragazzi si trovavano sempre mezz’ora prima, lei non capiva perché. Aveva pensato che le dessero il tempo necessario per prepararsi, per mettere il mascara sulle ciglia, e la matita nera intorno all’occhio, e dentro l’occhio, senza correre il rischio di accecarsi; e poi il rossetto. Dopo una serata, si era fermata a bere qualcosa con il chitarrista – è sempre colpa del chitarrista, quando non è il pianista a sparare o a essere colpito da un proiettile.
Lui le aveva solleticato il braccio con l’indice, sfiorandolo appena con il polpastrello calloso; poi le aveva sorriso.
Il Biondo nota che, nel fagotto di roba che le ha dato, c’è anche una busta senza faccine. È una dose special, e mai, mai, mai vorrebbe che finisse tra quelle dita, in quelle mani, in quelle vene.
Aspetta, le dice, ma lei non aspetta. Afferra il tesoro e scappa, attraversa la strada correndo, con le ultime energie che le restano prima di trasformarsi in un essere che non sente più niente.
Eppure, un tempo le sue emozioni erano forti e sincere; in quel momento sentiva solo l’abbraccio dell’eroina, il calore che scorreva dalla zona di iniezione al resto del corpo, e poi più nulla. Ogni volta come un orgasmo, ogni volta come morire. Per questo non prova più piacere quando qualche corpo si insinua dentro di lei, ne fa ciò che desidera. Tutto questo Il Biondo non può saperlo, nascosto nelle sicurezze di chi di roba vive pur non facendosela.
Il chitarrista le aveva sputato sull’incavo del braccio, per pulirlo, aveva detto. Poi aveva picchiettato con l’indice e il medio la stessa zona, trattenendo il fiato. Non aveva mai bucato nessuno, nessuno all’infuori di sé; quell’opportunità lo eccitava.
Vieni, le aveva bisbigliato, e l’aveva fatta sedere sopra le sue ginocchia. Faticava a trattenere l’eccitazione, mentre il corpo di lei si muoveva appena sopra il suo, sistemandosi per trovare una posizione comoda. La gonna le era risalita sulla pelle delle cosce, mostrando un piccolo neo che ricordava una stella. Non le aveva chiesto se fosse sicura, ma solo se voleva sentire la musica in modo diverso, ed essere davvero parte del gruppo. Lei aveva annuito, guardandolo negli occhi, e poi era diventata rossa.
Aveva chinato il capo appena in tempo per vedere l’ago infilarsi sotto la pelle; aveva singhiozzato un singhiozzo, mentre i muscoli si irrigidivano e la siringa usciva provocandole una leggera ma decisa fitta di dolore. Poi aveva visto un fascio di luce, una luce calda, che le aveva ricordato quella della cucina di sua madre, quando la andava a trovare nelle sere prefestive per aiutarla nella preparazione del pranzo e della sala. E come investita di un mantello, si era sentita una regina.
Il Biondo affonda le mani nella borsetta delle dosi – lì, senza ordine apparente, sono mescolate le normali e le special – e afferra la mano del cliente successivo.
“Amico”, gli dice, anche se Il Biondo non ha amici, solo clienti.
“Che c’è, Biondo?”
“Ne vuoi qualcuna in più?”
“Mi stai prendendo per il culo?”
“Fai il giro dell’isolato, bussa al civico numero 89. Dì che sei venuto per J. Ti faranno entrare.”
“Io cosa?”
“Datti una smossa, maledetto tossico.”
E. osserva i passanti. La maglia è diventata completamente rossa di sangue e bagnata per la pioggia. Continua a piovere anche lì, nel suo rifugio improvvisato.
“Hai bisogno?” le chiede una tossica che ha già visto in giro qualche volta, una che fa avanti e indietro sulla Provinciale quando il crepuscolo passa il testimone alle tenebre.
E. apre le mani indicando il taglio sulla pancia.
“Io… vado a chiamare qualcuno!”
“No”, la blocca E. con un sussurro.
Poi apre la felpa, mostrando le dosi: tante, troppe per un’unica persona.
“Sono tue, tutte tue, se mi dai una mano.”
“Che cosa devo fare?”
E. sorride ancora una volta.
Il tossico è lento. Eppure la roba in genere mette una certa fretta, soprattutto se in ballo c’è la possibilità di farsi – di farsi tanta roba buona, la migliore sul mercato.
“Io non ci riesco. Puoi aiutarmi?”
L’altra guarda E. e non dice niente.
“Aggiustami, cazzo.”
Il tossico ride mentre afferra tutte le bustine.
“E i soldi?”
“Tieniteli.”
“No, dicevo… per i resti?”
“Vengono con gli spicci contati, non lo sai?”
“Io…”
“A volte neanche ci arrivate alla cifra giusta. È tutta questione di buon cuore.”
Le unghie pulite si sporcano di sangue, mentre affonda lo stantuffo nella siringa. La roba si riversa nel corpo di E., e la risata si trasforma in un sorriso. Un sorriso storto, sghembo, che non si raddrizza più.
“Eccoti, per fortuna!”
“Ci conosciamo?”
“Sì, ci vediamo tutti i giorni tra le 5:25 e le 6:35. E anche dopo.”
La ragazza lo fissa senza dilatare le pupille piccolissime.
“Ah – fa poi senza cambiare tono di voce – ho capito chi sei. Che problema c’è?”
“Di questo volevo parlarti. Penso ci sia stato un errore, credo di averti dato una busta sbagliata.”
“E sei venuto a cercarmi per questo? Non potevi aspettare che ritornassi, dopo?”
“Sarebbe stato troppo tardi…”
“Allora, forse, lo è già.”
La giovane accenna a E., sdraiata a terra, la siringa ancora piantata sulla pelle sanguinante della pancia, dove aveva chiesto di essere bucata, per non sentire più i movimenti del bambino, del bambino che non c’era più. Erano stati i crampi dell’astinenza, o il colpo le aveva rotto qualcosa dentro. Poi era finito tutto.
“In fondo è come se fosse stata di nuovo abbracciata per la prima volta. È stata fortunata, ma ora andiamocene, non restiamo ancora qua.”
Potrebbero trovarli, e lei ha rubato tutta la roba che E. custodiva. Così aveva ripagato la dose e il favore.
Testo Serena Barsottelli
Illustrazione Spiral